E di notte con i fari illuminare

15 Novembre 2009 di precariodellaricerca

I precari si vedono anche al buio, all’Università di Catania.

Venerdì alla Sapienza

15 Novembre 2009 di precariodellaricerca

Vista l’aria che tira sull’università, venerdì pomeriggio da tutta Italia (si spera) ci si vede alla Sapienza per decidere il da farsi. Ecco il volantino, con luogo ed orario.

Ignition sequence starts

15 Novembre 2009 di precariodellaricerca

Se abbiamo capito bene, è successo questo: l’ultima tranche del reclutamento straordinario dei ricercatori universitari deve essere avviata dal governo entro il 31 dicembre 2009, secondo la Finanziaria 2007. Visto che siamo a metà novembre, e i chiari di luna, il PD ha chiesto al governo che fine abbiano fatto quei soldi e di spostare i termini al 2010 per non perderli definitivamente. Il governo ha detto no (facendo parecchio casino) e apriti cielo, soprattutto sul web. Ora Tremonti e Gelmini hanno scritto al Corsera per dire che i fondi verranno destinati ai concorsi come previsto, entro la fine del 2009. Inizi il countdown.

Chi cerca la ricerca trova i precari

4 Ottobre 2009 di precariodellaricerca

Nonostante il “silenzio” di questi mesi i precari della ricerca non sono scomparsi, non sono stati né “stabilizzati” (se non in piccola parte) né licenziati (salvo anche qui alcuni casi significativi, come all’ISPRA).

Lunedì 5 ottobre all’Istituto Superiore di Sanità di Roma, il sindacato Usi/Rdb del settore organizza un’assemblea dei precari della ricerca. Tra le altre cose verrà presentato e proiettato il video “chi cerca la ricerca”, che fa un giro tra i vari enti intervistando i lavoratori.

La valutazione che non serve

28 Luglio 2009 di precariodellaricerca

Per la prima volta, una quota del finanziamento pubblico alle università verrà assegnata sulla base delle performance degli atenei, secondo una graduatoria presentata in anteprima dal ministro Gelmini. Per il momento, il finanziamento basato sul “merito” è limitato al 7% del totale (525 milioni di euro su circa 7 miliardi complessivi), ma l’intenzione dichiarata è di aumentare tale percentuale nei prossimi anni. La novità è importante: sinora, i fondi erano ripartiti secondo le necessità degli atenei, misurate dal numero degli studenti iscritti e dei ricercatori attivi. Ora, invece, il ministero ha classificato il “prodotto” degli atenei, censendo il numero di studenti laureati nei tempi previsti, la percentuale dei laureati che trova lavoro e i finanziamenti europei acquisiti dai ricercatori. Un po’ di valutazione esterna può solo far bene, se serve a far emergere le magagne di un sistema malato. La scarsa trasparenza degli atenei, finora, ha protetto la gestione clientelare di tanti baroni e rettori. Il problema è come questa graduatoria verrà utilizzata per assegnare i finanziamenti del ministero.

Secondo il ministro, chi prende i voti migliori riceverà più fondi: con questa regola si rischia di creare un sistema universitario a due velocità, con atenei di serie A e B. Infatti, a ricevere più finanziamenti saranno le università che oggi funzionano meglio. Per contro, quelle con più problemi e più bisogno di aiuto avranno difficoltà a far meglio. Perché disporre di meno soldi significa fornire peggiori servizi agli studenti e minori fondi ai ricercatori: difficile laurearsi in corso facendo lezione nei cinema, o vincere progetti europei senza strutture adeguate. Perciò, il nuovo criterio di finanziamento pubblico non aiuta il sistema a migliorare nel suo complesso, colmando le molte lacune come promesso e necessario: al contrario.

Ma in linea di principio, la creazione di poli di eccellenza, di livello superiore allo standard medio, non è una bestemmia. È un sistema adottato in molti paesi europei (in cui però il titolo di studio non ha valore legale). Il problema è che un sistema universitario diviso tra eccellenza e mediocrità deve essere accompagnato da un welfare in grado di supportare la mobilità territoriale. La concorrenza tra le università, come in ogni mercato, genera un miglioramento qualitativo solo se i consumatori, cioè gli studenti, possono scegliere liberamente l’ateneo cui iscriversi in base alla qualità. Ma questa “concorrenza perfetta” non è affatto realizzata. Senza borse di studio sufficienti, aiuti per la casa, sostegni al reddito, l’accesso alle università migliori per molti è precluso in partenza. Chi nasce in un territorio svantaggiato, oggi deve accontentarsi di servizi di livello inferiore. In questo modo anche atenei che, in un contesto più favorevole alla mobilità sociale, farebbero fatica a trovare studenti possono contare su una clientela “garantita”, e continuare a prosperare.

Scorrendo la classifica degli atenei stilata dal ministero ci si accorge di altri paradossi: le università migliori (quelle di Trento, Milano e Torino) sono anche quelle che attirano i maggiori finanziamenti privati: 76mila euro per docente a Trento, 40 mila a Milano e a Torino secondo un’indagine recente del Sole-24Ore. Perciò, i soldi dei contribuenti finiranno in maggioranza a chi ne ha meno bisogno, impoverendo gli atenei isolati da un tessuto imprenditoriale in grado di investire in formazione, ricerca e innovazione. La distribuzione geografica degli atenei virtuosi e negligenti è impressionante: sui 27 atenei bocciati, 24 sono nel centro-sud. In parole povere, le tasse dei cittadini del sud garantiranno i servizi di alto livello per gli studenti del nord. Con buona pace del tanto predicato “rilancio del mezzogiorno”.

Dunque, usare la valutazione per finanziare gli atenei è un errore in sé? Niente affatto. Come detto, di maggiore conoscenza e trasparenza c’è un gran bisogno. Ma i dati potevano essere usati con altro criterio. Ad esempio, valutando invece delle performance attuali degli atenei, il loro tasso di variazione. Non andrebbero premiate le università migliori in assoluto ma quelle che, partendo da condizioni iniziali diverse, migliorano la propria performance. Raggiungere standard qualitativi elevati, infatti, necessita di programmazione ed investimenti, cioè anni di lavoro. Le università in fondo alla classifica non diventeranno migliori del Politecnico di Milano da un giorno all’altro, che da parte sua può sfruttare una rendita di posizione notevole. Invece, partendo da condizioni peggiori possono migliorare con minore sforzo. Se questi miglioramenti a portata di mano fossero premiati, lo stimolo dei finanziamenti al merito sarebbe sicuramente più efficace.

Bozza su bozza

21 Maggio 2009 di precariodellaricerca

Si moltiplicano le indiscrezioni sul prossimo disegno di legge sull’università che Maria Stella Gelmini vorrebbe far varare al Governo. Oggi “La Stampa” rivela informazioni su un’ulteriore versione, in cui ricompare un vecchio pallino dei ministri (tutti) dell’Università e della Ricerca: l’abolizione del valore legale della laurea. Mentre oggi la laurea è un requisito legale richiesto per l’accesso ad alcune professioni e per l’ammissione a molti concorsi, domani la laurea di per sé non varrebbe nulla. Diventerebbe dunque un titolo da valutare come gli altri, secondo la sede, il punteggio, la facoltà. La norma servirebbe a mettere in concorrenza gli atenei, che oggi da Aosta a Catania assegnano un pezzo di carta di pari valore. È dunque un altro passo nella direzione competitiva tra università-aziende, inaugurata con l’autonomia degli atenei del ‘90. Ognuno giudichi se è un percorso che sta dando frutti o meno.

In ogni caso, la confusione è grande, visto che chi è informato sui fatti (ministro e rettori) si barrica nel ministero blindato e nella zona rossa dei summit internazionali. Per dire: mentre il ministro abolisce il valore della laurea, l’Associazione Dottorandi lancia invece una campagna perché venga dato valore al dottorato. Una tempistica certo sbagliata, ma una prova ulteriore dell’incapacità del ministro di confrontarsi con il mondo che dovrebbe governare.

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La riforma che conserva

18 Maggio 2009 di precariodellaricerca

Il 22 maggio, il governo approverà un Disegno di Legge Delega sull’università. Se ne parla nei corridoi, poiché nei giorni scorsi sono circolate diverse “bozze” della legge e hanno sollevato dibattito, ma nessuna mobilitazione. La norma più discussa è quella che escludeva dai concorsi da ricercatore chi ha il dottorato da più di 5 anni, presente in questa bozza (art. 5. comma 1, capoverso i). In un’altra versione della legge delega, a prima vista più recente, quella norma è sparita.

Per il resto, la nuova legge ritocca appena l’università attuale, che evidentemente al governo piace molto così. Per un’analisi più dettagliata vi rimandiamo al sito di Gennaro Carotenuto (se ne avete il tempo). In sintesi: c’è l’abilitazione nazionale, ma il potere dei baronati locali non ne esce intaccato. Bisognava rispondere alle questioni più scottanti, come quella della precarietà? La legge lo fa, ma solo a parole. Infatti, L’articolo 10 che incentiva le università ad assumere più ricercatori mette sullo stesso piano i ricercatori a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato. Perciò, gli atenei potranno scegliere se bandire un posto per una posizione precaria (che dopo un po’ finisce, pesa meno sul bilancio e non partecipa agli organi di governo) o per un vero posto da ricercatore, che con l’avanzare della carriera diventa sempre più oneroso per le casse dell’ateneo e ha voce in capitolo quando si tratta di votare.

Nei fatti, ma senza dirlo, si tratta di una riforma molto simile a quella di Letizia Moratti, che fu combattuta nelle piazze e parzialmente neutralizzata: la riforma Moratti aboliva la figura del ricercatore, ma solo dal 2013. Con questa legge (ammesso che sia la versione definitiva) il ricercatore rimane in vita; però, è affiancato da un’altra figura, formalmente equivalente ma a tempo determinato, meno costosa, più ricattabile e più manovrabile per le clientele baronali. Al solito, la modernizzazione dell’università fa rima con precarizzazione, che a sua volta fa rima con corruzione.

Professori gratis

15 Maggio 2009 di precariodellaricerca

Non prendetevela con noi, se il titolo del post è trito e ritrito, trattandosi di docenze a contratto. In realtà, il titolo lo ha scelto “La Stampa” e la sua ripetizione è una buona notizia: significa che molti giornali si stanno accorgendo dello scandalo su cui franerà l’intera formazione universitaria, quello dei docenti a contratto, e per i titoli hanno poca fantasia. Se se sono accorti tardi? Certo. Ma come si dice: meglio tardi eccetera. L’articolo di Flavia Amabile, comunque, leggetelo qui.

Chi vuol far l’americano?

14 Maggio 2009 di precariodellaricerca

Quando si parla di università e precarietà, sia i baroni che i precari si richiamano spesso all’esempio americano, per opposte ragioni (ci sono molti precari, ma li pagano meglio). Citare gli USA fa sempre figo. Eppure, a leggere un rapporto di una Commissione del Senato Accademico della New York University – sembra un volantino – i precari USA non stanno molto meglio.

Essi sono praticamente indispensabili per la New York University nella sua situazione attuale. Cosa si può fare per migliorare la situazione di questi membri della comunità accademica? Vi sono molte questioni aperte. Alcune oltrepassano il raggio d’azione di questa commissione, come la rappresentanza nel Senato Accademico. Ma possiamo sicuramente raccomandare una maggiore trasparenza (…)
Una cosa è chiara: si tratta di un problema di primaria importanza per la New York University! Occorrono passi per migliorare la situazione di questi membri della comunità universitaria, o avremo seri problemi nel tempo – e forse prima di quanto crediamo! Per esempio, questi ricercatori e docenti, che si sentono decisamente cittadini di serie B, sono assai sensibili al richiamo della sindacalizzazione: chi può biasimarli?

L’intero rapporto è qui.

Pisa: a rischio le biblioteche

13 Maggio 2009 di precariodellaricerca

Blitz in Senato Accademico, ieri, al Rettorato: un gruppo di studenti e ricercatori/docenti precari dell’Università di Pisa hanno interrotto il Senato Accademico per ottenere la stabilizzazione di 90 lavoratori precari dell’Ateneo e la convocazione di un Senato Accademico straordinario e pubblico dedicato alla ristrutturazione del sistema bibliotecario, colpito da tagli che impediranno l’acquisto di nuovi libri e potrebbero mettere a repentaglio il funzionamento delle strutture. Continua qui.