Archive for the ‘valutazione’ Category

La manovra 2010 e i precari della ricerca

25 maggio 2010

sega Analizziamo punto per punto la manovra Tremonti (o meglio la “bozza” di manovra) che circola in questi giorni, con una cura particolare per le disposizioni che riguardano la ricerca e l’università. Da segnalare in modo speciale il comma 10 “zeroaumenti”, il comma 27 “dimezzaprecari”, i commi 54-59 “sopprimienti”. Fantastico anche il comma 77 “nopensionenoparty”.

Comma 1: in tutta la P.A. dal 2011 la spesa per studi e consulenze non potrà superare il 50% della spesa del 2009.

Comma 2: in tutta la P.A. (escluse Università, Enti di ricerca, e Beni Culturali) la spesa per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità non potrà superare il 50% della spesa del 2009.

Comma 3: in tutta la P.A. dal 2011 la spesa per sponsorizzazioni non potrà superare il 50% della spesa del 2009.

Comma 4: in tutta la P.A. (ad eccezione di un “motivato provvedimento” comunicato preventivamente agli organi di controllo e delle spese per ispezioni) la spesa per missioni non potrà superare il 50% della spesa del 2009.

Comma 5: in tutta la P.A. la spesa per formazione non potrà superare il 50% della spesa del 2009.

Comma 6: Le riduzioni dei commi 1, 2 e 3 si applicano anche alle società semipubbliche.

Comma 7: dal 2011 lo stipendio di ministri e sottosegretari è decurtato del 10% rispetto al 2010.

Comma 8: dal 2011 il trattamento accessorio del personale degli uffici di diretta collaborazione dei ministeri è decurtato del 10% rispetto al 2010.

Comma 9: dal 2011 il trattamento accessorio dei dirigenti della P.A. è decurtato del 5%. Da subito i nuovi contratti dirigenziali non potranno avere importi più alti dei precedenti.

Comma 10: per il triennio 2010-2012 non ci saranno aumenti contrattuali per nessun settore della P.A. (per es. gli Enti Pubblici di ricerca), salvo la “vacanza contrattuale” come disposta dalla finanziaria 2009.

Comma 11, 12 e 13: viene quindi decurtata la già misera somma destinata ai rinnovi contrattuali prevista dalla finanziaria 2010).

(more…)

Valutami questo

25 novembre 2009

Su Italia Oggi, ci si interroga su come valutare le scienze umanistiche che non pubblicano le loro ricerche su riviste internazionali sottoposte alla peer review etc. Simona Costa avanza l’ipotesi che non ci sia bisogno di internazionalizzare la ricerca umanistica, perché in Italia siamo i più bravi. Però è un cane che si morde la coda.

I dadi del MIUR

23 novembre 2009

A luglio il MIUR fece una graduatoria della qualità degli atenei italiani per attribuire i fondi su base meritocratica. Frati, il rettore della Sapienza si lamentò, e in pochi mesi la sua università è passata dalla zona retrocessione alla Champions League. Ci sono due sole spiegazioni per un miglioramento così prodigioso in soli 4 mesi: o la classifica è truccata, o queste valutazioni sono fatte a caso.

La valutazione che non serve

28 luglio 2009

Per la prima volta, una quota del finanziamento pubblico alle università verrà assegnata sulla base delle performance degli atenei, secondo una graduatoria presentata in anteprima dal ministro Gelmini. Per il momento, il finanziamento basato sul “merito” è limitato al 7% del totale (525 milioni di euro su circa 7 miliardi complessivi), ma l’intenzione dichiarata è di aumentare tale percentuale nei prossimi anni. La novità è importante: sinora, i fondi erano ripartiti secondo le necessità degli atenei, misurate dal numero degli studenti iscritti e dei ricercatori attivi. Ora, invece, il ministero ha classificato il “prodotto” degli atenei, censendo il numero di studenti laureati nei tempi previsti, la percentuale dei laureati che trova lavoro e i finanziamenti europei acquisiti dai ricercatori. Un po’ di valutazione esterna può solo far bene, se serve a far emergere le magagne di un sistema malato. La scarsa trasparenza degli atenei, finora, ha protetto la gestione clientelare di tanti baroni e rettori. Il problema è come questa graduatoria verrà utilizzata per assegnare i finanziamenti del ministero.

Secondo il ministro, chi prende i voti migliori riceverà più fondi: con questa regola si rischia di creare un sistema universitario a due velocità, con atenei di serie A e B. Infatti, a ricevere più finanziamenti saranno le università che oggi funzionano meglio. Per contro, quelle con più problemi e più bisogno di aiuto avranno difficoltà a far meglio. Perché disporre di meno soldi significa fornire peggiori servizi agli studenti e minori fondi ai ricercatori: difficile laurearsi in corso facendo lezione nei cinema, o vincere progetti europei senza strutture adeguate. Perciò, il nuovo criterio di finanziamento pubblico non aiuta il sistema a migliorare nel suo complesso, colmando le molte lacune come promesso e necessario: al contrario.

Ma in linea di principio, la creazione di poli di eccellenza, di livello superiore allo standard medio, non è una bestemmia. È un sistema adottato in molti paesi europei (in cui però il titolo di studio non ha valore legale). Il problema è che un sistema universitario diviso tra eccellenza e mediocrità deve essere accompagnato da un welfare in grado di supportare la mobilità territoriale. La concorrenza tra le università, come in ogni mercato, genera un miglioramento qualitativo solo se i consumatori, cioè gli studenti, possono scegliere liberamente l’ateneo cui iscriversi in base alla qualità. Ma questa “concorrenza perfetta” non è affatto realizzata. Senza borse di studio sufficienti, aiuti per la casa, sostegni al reddito, l’accesso alle università migliori per molti è precluso in partenza. Chi nasce in un territorio svantaggiato, oggi deve accontentarsi di servizi di livello inferiore. In questo modo anche atenei che, in un contesto più favorevole alla mobilità sociale, farebbero fatica a trovare studenti possono contare su una clientela “garantita”, e continuare a prosperare.

Scorrendo la classifica degli atenei stilata dal ministero ci si accorge di altri paradossi: le università migliori (quelle di Trento, Milano e Torino) sono anche quelle che attirano i maggiori finanziamenti privati: 76mila euro per docente a Trento, 40 mila a Milano e a Torino secondo un’indagine recente del Sole-24Ore. Perciò, i soldi dei contribuenti finiranno in maggioranza a chi ne ha meno bisogno, impoverendo gli atenei isolati da un tessuto imprenditoriale in grado di investire in formazione, ricerca e innovazione. La distribuzione geografica degli atenei virtuosi e negligenti è impressionante: sui 27 atenei bocciati, 24 sono nel centro-sud. In parole povere, le tasse dei cittadini del sud garantiranno i servizi di alto livello per gli studenti del nord. Con buona pace del tanto predicato “rilancio del mezzogiorno”.

Dunque, usare la valutazione per finanziare gli atenei è un errore in sé? Niente affatto. Come detto, di maggiore conoscenza e trasparenza c’è un gran bisogno. Ma i dati potevano essere usati con altro criterio. Ad esempio, valutando invece delle performance attuali degli atenei, il loro tasso di variazione. Non andrebbero premiate le università migliori in assoluto ma quelle che, partendo da condizioni iniziali diverse, migliorano la propria performance. Raggiungere standard qualitativi elevati, infatti, necessita di programmazione ed investimenti, cioè anni di lavoro. Le università in fondo alla classifica non diventeranno migliori del Politecnico di Milano da un giorno all’altro, che da parte sua può sfruttare una rendita di posizione notevole. Invece, partendo da condizioni peggiori possono migliorare con minore sforzo. Se questi miglioramenti a portata di mano fossero premiati, lo stimolo dei finanziamenti al merito sarebbe sicuramente più efficace.

Il concorso è sempre quello

21 marzo 2008

Gira che ti rigira, il concorso è sempre quello. Alla fine anche il ministro Mussi è capitolato, dopo l’ennesima bocciatura della Corte dei Conti. Il suo reclutamento nuovo non esiste e i concorsi sono quelli che c’erano prima, con le regole di prima. Il passaggio di Mussi e del governo Prodi non ha scalfito l’università.

Il ministero ha difatti emesso una nota che spiega che, siccome il nuovo regolamento per i concorsi è stato disgregato dalla Corte dei conti, non valgono più tutte quelle date messe a caso e che tanto hanno fatto tremare ricercatori precari e non. Semplicemente, rimane tutto come prima.

leggi la nota (pdf) 

L’eredità

17 marzo 2008

Come volevasi dimostrare. La corte dei conti ha bocciato tutto quanto quello che il governo aveva proposto su università e ricerca: bocciato l’ANVUR, bocciato il nuovo concorso da ricercatore, bocciato il nuovo dottorato di ricerca.

E così i concorsi “straordinari” sono di nuovo fermi e  così la “nuova valutazione” e le grandi riforme sono rimandate, progetti lasciati in eredità al governo che sarà.

link: il comunicato della Flc Cgil

Di seguito il comunicato dei ricercatori precari dell’università di Ferrara:

COMUNICATO STAMPA

UNIVERSITÀ’ e RICERCA: ROMPERE IL SILENZIO ASSORDANTE DOPO LE ENNESIME CENSURE DELLA CORTE DEI CONTI

Spiegare il mondo dell’università a chi non ne fa parte è assai difficile, soprattutto perché l’immagine di comodo, che spesso emerge dalla stampa d’opinione è talvolta quella caricaturale di un mondo deteriorato dove impera la baronia dei grandi professori. In realtà sotto la dicitura “Università” coesistono realtà molto diverse. E’ tuttavia innegabile che si tratti di un sistema che abbisogna, come il nostro sventurato paese, di una rivoluzione copernicana che scardini le attuali dinamiche di accesso e progressione di carriera aprendo ad una vera valutazione del merito. (more…)

Da destra e da sinistra

12 dicembre 2007

Non bastano i pensatori di destra e di sinistra “meritocratici” alla Giavazzi e del Messaggero, non basta la CRUI. Ora gli attacchi ai ricercatori precari arrivano pure dalla sinistra-sinistra. Con un articolo sul Manifesto Giulio Palermo, ricercatore confermato a Brescia e attivo “contro il pensiero unico”, si scaglia violentemente contro i “ricercatori precari”, colpevoli innanzitutto di non essere (secondo lui) né ricercatori né precari e – in seconda istanza – di essere solo aspiranti baroni, perché non contesterebbero, secondo lui, il sistema baronale di cui sono solo sudditi servili.

E’ vero che molti ricercatori precari (dottorandi, assegnisti, co.co.co., tempi determinati, borsisti, cultori della materia, docenti a contratto, ecc.) non sanno di esserlo. E’ vero che ci sono voluti molti anni per far passare nella testa delle persone (e ancora non è passata del tutto) l’idea  per cui si è tutti sulla stessa barca in quanto precari. E soprattutto è vero che tutti i movimenti importanti degli ultimi anni sono passati attraverso l’identificazione con la condizione di precarietà, vedendo tra i protagonisti i ricercatori precari e questo ovviamente provoca parecchia invidia in chi precario non si sente o non è, e vorrebbe fare il rivoluzionario: molti precari “temono” di vincere un giorno un concorso e dovere così smettere di lottare. Comprendiamo quindi tutto, ma nonostante ciò questo articolo di pensiero doppio (in cui un ricercatore confermato si schiera con i baroni contro i precari, in quanto i precari non si schierano contro i baroni) davvero il “manifesto” poteva risparmiarcelo.

Rating e ranking

28 agosto 2007

Secondo il ministro Mussi, che l’ha scritto nero su bianco sulle colonne del Corriere della Sera il 14 agosto scorso, “il gruppo europeo del «Processo di Bologna»” ha “elevato il rating dell’università” italiana, grazie all’azione del suo ministero.

E’ passata una sola settimana, da quando Mussi ha scritto l’editoriale, ed ecco arrivare un’altra classifica. Quella dell’Arwu. Secondo questa prestigiosa classifica mondiale delle università, nessun ateneo italiano figura nei primi 100 del ranking. Intanto sempre più studenti vanno a laurearsi in Asia.

Sul merito delle università

28 agosto 2007

Intorno a ferragosto si è sviluppato, sul Corriere della sera, un dibattito tra l’editorialista Michele Salvati e il Ministro Mussi. Salvati ha sostanzialmente fatto notare a Mussi che l’ANVUR, la famosa agenzia di valutazione, ancora non esiste e che intanto la “meritocrazia” attende. Il merito è importante. Mussi ha risposto che quello che poteva fare l’ha fatto, promettendo ancora molto altro per il prossimo futuro e Salvati ha di nuovo scritto che quanto fatto da Mussi è sempre troppo poco. Segnaliamo, nel merito, un editoriale del 2006 dell’ex sindacalista Bruno Trentin, morto proprio in questi giorni, che avvertiva sui pericoli del concetto di “meritocrazia”, e un articolo recentemente pubblicato sul sito della Voce, che sfata il mito delle università di “eccellenza” e spiega come anche nel mitico modello americano il sistema sia retto da tante piccole e meno “meritevoli” università.

ANVUR svalutata

9 agosto 2007

Secondo le indiscrezioni pubblicate oggi su Italia oggi l’ANVUR tarderà ancora parecchio a vedere la luce, a causa delle osservazione del Consiglio di Stato. Infatti pare che l’agenzia per la valutazione di università e ricerca assomigli più ad un’authority che ad un’agenzia. Inoltre il ministero dell’università non avrebbe chiesto (almeno in modo ufficiale) i necessari pareri al ministero dell’economia. Infine il Consiglio di Stato si chiede come mai una struttura (l’ANVUR) che prevede 20 dipendenti dovrebbe avere ben 3 dirigenti generali. Insomma a un anno dalla proposta di istituzione e quando già vari patti e protocolli ne presuppongono l’esistenza e il funzionamento, l’agenzia di valutazione di Mussi non vede la luce.