Archive for the ‘docenti a contratto’ Category

Docenti d’ufficio

20 giugno 2010

La facoltà di Architettura dell’università di Firenze sta assegnando d’ufficio ai docenti a contrattto – senza nemmeno bandirli, e senza chiedere il consenso ai contrattisti interessati – i corsi rimasti senza insegnante per lo sciopero dei ricercatori in protesta contro la riforma Gelmini. A Firenze si violano così praticamente tutte le leggi che regolano la docenza a contratto, a partire della selezione tramite bando pubblico. Ah, ovviamente si tratterà di docenze a titolo gratuito. E lo stesso preside fiorentino Saverio Mecca ammette: “Mi rendo conto che chiedere di tenere dei corsi gratuitamente è una proposta indecente”. Ma sta succedendo solo a Firenze? Usate questo sito per segnalare se sta succedendo anche in altre università.

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Docenti a contratto: parte la class action

14 giugno 2010

Secondo un articolo di repubblica.it, il Codacons sta organizzando una “class action” per risarcire i quasi 50.000 docenti a contratto delle università, ingiustamente discriminati nel reddito e nei diritti rispetto ai loro colleghi di ruolo (associati e ordinari). Per il momento, ciascun docente interessato dovrà presentare un ricorso al TAR individuale a proprie spese, e solo in un secondo momento partirà l’azione collettiva vera, propria e gratuita. Per chiedere informazioni e aderire, bisogna iscriversi alla mailing list apposita, mandando una mail all’indirizzo professoriacontratto@codacons.it. Non sentivate la mancanza di un’altra mailing list?

Ma il vero interrogativo è questo: perché il Codacons promuove una class action, mentre nessun sindacato ha mai fatto nemmeno una causa sulla situazione stranota dei docenti a contratto, pagati poco o nulla e di solito in ritardo di anni?

17 maggio: assemblea alla Sapienza

17 maggio 2010

lunedì 17 maggio 2010

Contro la guerra all’intelligenza uniti nella marcia del Quinto Stato


Siamo ricercatori, dottorandi, assegnisti, contrattisti e freelancers della conoscenza. Siamo parte del Quinto Stato del lavoro intellettuale, relazionale, di cura. Viviamo in un’economia che si regge sul lavoro della conoscenza, sebbene la nostra professionalità venga disprezzata dalle istituzioni universitarie e rimossa da tutti i governi che dal 1989 muovono guerra all’intelligenza generale e ai saperi pubblici, critici, specialistici.

Siamo apolidi in questo paese. Non abbiamo cittadinanza nel fortino delle garanzie salariali disegnate per un mercato del lavoro fordista che ormai non è più realtà. Come stanno facendo i lavoratori dello spettacolo contro la Legge Bondi sugli enti lirici anche noi rifiutiamo di restare invisibili, rivendichiamo tutele per la malattia, la disoccupazione e la maternità, una riforma radicale del Welfare per tutti i lavoratori precari, creativi e non creativi, indipendenti, autonomi. Un esercito che il Cnel ha calcolato in 3,7 milioni di persone che non hanno un lavoro stabile né una continuità di reddito, lavorano a contratto, a progetto, con le borse di studio o gli stage e infine a partita Iva. Domani saremo ancora di più e saremo dappertutto in una crisi che si annuncia molto lunga e non produrrà più occupazione a tempo pieno.

Due anni fa ci siamo opposti al disegno di legge Gelmini sull’università facendo nostra l’Onda e lasciando che l’Onda ci sommergesse. E’ stato il primo movimento ad avere reagito alla dequalificazione generalizzata del sapere nelle scuole e nelle università imposta dalla riforma degli ordinamenti didattici, dalla riduzione degli investimenti pubblici nella formazione e nella ricerca, dall’applicazione delle norme sulla valutazione dei crediti e dalla scansione dei cicli didattici. Secondo il Comitato per la valutazione dell’università e la Corte dei Conti, dopo avere applicato per primo e integralmente il processo di Bologna, il nostro paese ha visto diminuire negli ultimi anni il numero dei laureati, registrando la crescita della disoccupazione tra i neo-laureati, provocando la crescente dequalificazione dei saperi trasmessi.

Questo declino non ha spostato di un millimetro l’orientamento di chi governa l’università. Hanno continuato a pensare che l’università non rappresenta più uno strumento di riscatto per gli studenti che per motivi economici non hanno beneficiato di pari opportunità durante il periodo scolastico: al contrario, gli atenei si incaricano di aumentare le disparità tra gli studenti all’inizio del percorso universitario ignorando la correlazione tra le condizioni economiche individuali e l’accesso a un’istruzione di qualità. Quando la riforma Gelmini sarà approvata anche il diritto allo studio verrà triturato in questa corsa al ribasso. Secondo la riforma sarà la Consap Spa, una società di diritto privato, a erogare prestiti per gli studenti meritevoli indipendentemente dalle loro condizioni economiche. La portata simbolica di questo provvedimento è evidente. Agli studenti dicono di vivere una vita di debiti e senza speranza di cambiarla. Tutto dovrà restare così, immobile. Ma sarà davvero così?

Abbiamo continuato ad opporci in tutti questi mesi alla violenta svalorizzazione in cui ogni risorsa intellettuale è intercambiabile e per questo viene precarizzata. Sappiamo che questa sarà l’ultima, e definitiva, riforma dell’università che ci espellerà tutti. Nessun accesso a Torino, dove saremo più di 3 mila che da oggi al 2013 ad essere allontanati dall’insegnamento, dalla ricerca, da una carriera fatta di passione e di compromessi, che produce risultati e delusioni, da una vita che abbiamo voluto autonoma e libera che da troppi anni sta ferma e ristagna. La cooptazione accademica distrugge il nostro tempo di vita.

Saremo molti di più a Roma. Qui noi rifiutiamo la marginalizzazione dei senati accademici, il cui ruolo deve essere anzi valorizzato e che devono prevedere rappresentanze non simboliche di tutte le componenti dell’università, inclusi studenti e precari. Vogliamo il riconoscimento ai lavoratori precari del diritto di eleggere proprie rappresentanze nei principali organi accademici e di partecipare all’elezione delle principali cariche accademiche, rettore incluso.

Saremo moltissimi a Napoli, a Bologna, a Milano, a Cagliari, a Bari a perdere il reddito. I nostri atenei hanno gravissimi problemi a chiudere il bilancio di quest’anno perché i tagli voluti dal ministro Tremonti al Fondo Ordinario di finanziamento (Ffo) degli atenei e imposti all’università dalla legge 133 stanno distruggendo la normale – e da sempre deficitaria e per noi escludente – amministrazione. Sappiamo che l’anno prossimo i tagli saliranno al 14,7 per cento dell’Ffo e molti atenei aumenteranno le tasse, sacrificheranno i nostri contratti, venderanno sedi spesso acquisite senza una programmazione economica degna di questo nome. Noi chiediamo di cancellare i tagli introdotti dalle leggi 126/08 e 133/08 e di rifinanziare il sistema universitario.

La risposta della comunità accademica è irresponsabile. Rassegnata, silente o connivente, in attesa di nuove e futuribili convergenze con la riforma, a caccia del vantaggio personale o della propria corporazione, nessuno tra i professori sembra volersi porre il problema di una didattica di qualità elevata e garantita a tutti gli studenti; di un investimento serio e duraturo nel settore strategico dell’istruzione pubblica e, ovviamente, di un accesso non familistico né corporativo alla professione della ricerca. Nel nostro settore, come in tutta l’economia della conoscenza in Italia, si va nella direzione opposta e si attua una contro-riforma perché il male incancrenisca. La loro guerra all’intelligenza generale vuole accelerare il declino e renderlo irreversibile. Questa economia stracciona ha bisogno di eserciti di precari il cui sapere sia altamente deperibile e sostituibile. Cosa dicono i docenti? La sconfitta sarà dell’università, non saremo certo noi a pagarla.

Noi non difenderemo mai un sistema che ci vuole subordinati e addomesticati nella vana attesa di un posto al sole a 1200 euro al mese e una pensione tra 40 anni dimezzata rispetto all’ultimo stipendio, regalo del passaggio al regime contributivo pensionistico che ci accomuna alle donne e agli uomini, alle ragazze e ai ragazzi, tutti gli iscritti alla gestione separata dell’Inps che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996. Vogliamo che l’età pensionabile dei docenti sia allineata al resto d’Europa. Vadano in pensione a 65 anni, liberino le risorse per destinarle principalmente al reclutamento di nuovi docenti di terzo livello, avviando così un processo di riassorbimento del precariato accumulato.

Dal 1980 il posto da ricercatore ha goduto della garanzia di indipendenza del contratto a tempo indeterminato. La riforma Gelmini lo trasforma in un lavoro precario, con contratti a termine triennali rinnovabili una volta. La casta dei garantiti si restringerà sempre più e vi saranno ammessi i soli professori ordinari ed associati. Intorno a questa cittadella fortificata, prolifereranno le figure precarie che, spesso a titolo gratuito come i docenti a contratto, non permetteranno a lungo la sopravvivenza degli atenei in condizioni sempre peggiori.

In questo clima da «si salvi chi può» fortissimo è il rischio di arroccarsi nella difesa di egoismi corporativi. I ricercatori strutturati stanno organizzando ormai da diversi mesi la loro contestazione al Ddl Gelmini: denunciano prima di tutto la scomparsa della figura di ricercatore a tempo indeterminato, che li porterà a competere nei prossimi anni con i precari per i posti che contano. Alcuni di loro chiedono di diventare «professori associati» per legge, o almeno con canali preferenziali come i concorsi riservati. Una mediazione che noi consideriamo corporativa e al ribasso. E infatti il governo sembra intenzionato a venir loro incontro, riducendo così ulteriormente le risorse a disposizione dei precari, mentre i rettori strumentalizzano queste rivendicazioni, pur di mantenere il consenso. Poco importa se, nelle stesse aule in cui i ricercatori minacciano scioperi della didattica, la metà dei corsi sono oggi svolti da precari che lavorano letteralmente in nero o a titolo gratuito.

Siamo più di 40 mila in tutta Italia e respingiamo il progetto di ulteriore precarizzazione della ricerca. Non siamo soli e sappiamo che molti dei ricercatori mobilitati, sia pure con estremo e grave ritardo contro il Ddl Gelmini, si battono contro un sistema che è sempre meno finanziato e si regge sul loro e il nostro volontariato. Saremo accanto a loro quando, dal prossimo ottobre, rifiuteranno di tenere lezione e bloccheranno i corsi di laurea se nel disegno di legge Gelmini sull’università non cambieranno le norme che regoleranno la governance degli atenei, non saranno ritirati i tagli al fondo ordinario (Ffo) degli atenei e non saranno modificate quelle che ostacolano la carriera dei ricercatori e aggravano il precariato.

Ci auguriamo che la lotta dei ricercatori sia altrettanto determinata di quella che condussero i maître-à-conference in Francia l’anno scorso. Ad oggi, ci sembra che le mobilitazioni indette a maggio da tutti i sindacati del personale universitario si stiano rivelando prima di tutto tardive e, in secondo luogo, inefficaci dal punto di vista dell’azione politica contro una proposta di legge che prefigura il definitivo smantellamento dell’Università pubblica, correndo il rischio di limitarsi – se andrà bene – a preservare rendite di posizione. Disertarle, tuttavia, servirebbe solo a convincere Gelmini, Tremonti e Berlusconi che la loro riforma gode di consenso nell’università anche tra gli studenti e i precari, e nella parte più sana della docenza. Perciò, è utile che la generazione cresciuta nella precarietà faccia sentire la sua voce, e porti nelle piazze contenuti realmente innovativi. Usiamo l’immaginazione, uniamo le lotte, creiamo alleanze contro la guerra all’intelligenza, iniziamo una grande marcia per la conoscenza come bene comune. L’autunno è già qui e non solo perché questo è il maggio più piovoso degli ultimi anni.

Per queste ragioni aderiamo all’assemblea pubblica Lunedì 17 maggio alle ore 14 nella facoltà di Lettere de La Sapienza e a tutte le forme di lotta previste dagli studenti e dai precari per il 18 e il 19 maggio in tutta Italia così come a Roma.

Laboratori Precari – Rete di dottorandi e ricercatori precari delle Università di Roma

E di notte con i fari illuminare

15 novembre 2009

I precari si vedono anche al buio, all’Università di Catania.

Firenze, l’università del volontariato

8 maggio 2009

Come racconta un articolo della Repubblica di ieri, l’università di Firenze si regge sul volontariato dei docenti a contratto. I dati ministeriali 2007, un’approssimazione per difetto, contavano ben 1500 docenti a contratto, e ora scoppia lo scandalo perché un numero sempre maggiore di essi lavora per uno stipendio pari a zero. La Facoltà di Architettura, per esempio, ha appena bandito 230 “contratti” di questo tipo. D’altra parte, il governo vuole i bilanci in ordine, e per far quadrare i conti non si va per il sottile. Se bisogna calpestare i diritti più elementari, poco importa.

E se serve violare la legge che impone un tetto ai contributi degli studenti, non fa niente: secondo il consuntivo ufficiale, le tasse degli studenti fiorentini, quest’anno, sono arrivate a 66 milioni di euro: anche senza considerare i circa 2 milioni di euro dei corsi di specializzazione, supera ampiamente il limite fissato dalla legge a 50 milioni (il 20% del finanziamento ordinario). Non sarà certo il ministro Gelmini a far rispettare i limiti, quando il bilancio è quello degli studenti.

Si deve dunque ai precari e agli studenti se l’ateneo fiorentino, notoriamente spendaccione, ha migliorato lo stato delle finanze nel 2008 con un disavanzo di “soli” 10 milioni di euro. Come dice il rettore Marinelli (foto) – che ha cambiato lo statuto per farsi eleggere una terza volta, è protagonista di Parentopoli ed è sotto inchiesta per lo scandalo del SUM – “l’ateneo esce dalla fase critica e può tornare a guardare senza affanno al futuro”. Tanto, l’affanno del presente lo pagano gli altri.

Firenze, addio alle aule

19 marzo 2009

Un centinaio di docenti a contratto della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze sta rifiutando gli incarichi di docenza a titolo gratuito, che finora erano la norma. C’è da chiedersi come mai finora li avessero accettati. Sappiamo comunque che la docenza a contratto, che riguarda circa 40000 precari in Italia, nella maggior parte dei casi è svolto a titolo gratuito o quasi. Ecco il volantino che stanno distribuendo agli studenti di Firenze.

Il nuovo corso di Mussi

28 agosto 2007

E’ fine agosto, ma il governo non riposa. Mentre Fioroni, ministro della scuola, va al meeting dei suoi amici di Comunione e Liberazione per promettere i soliti finanziamenti incostituzionali alla scuola privata e contemporaneamente butta i soldi pubblici perché non vuole saperne di usare internet e l’email (strumenti evidentemente e pericolosamente laicisti), il sinistrodemocratico Fabio Mussi emana le linee guida per i nuovi corsi di laurea. Tra le misure draconiane, contenute negli allegati, si stabilisce una soglia minima di 12 professori di ruolo per istituire un corso (4 per ogni anno). I docenti a tempo indeterminato dovranno inoltre assegnare almeno il 50% dei crediti formativi (vd. art. 4.7 dell’allegato 1).

Le università rispetteranno i minimi? Se sì, che fine faranno i docenti a contratto – precari – che insegnavano fino a ieri in corsi di laurea da loro monopolizzati? Se invece gli atenei non rispetteranno le nuove regole, cosa succederà?

Decreto Ministeriale 26 luglio 2007

Allegato 1 (pdf) | Allegato 2 (pdf) | Allegato 3 (pdf)

Docenti a contatto 2: lettera alla Cgil

11 agosto 2007

Questa lettera è stata inviata alla Flc Cgil, in risposta all’ultima iniziativa dei sindacati confederali sulle docenze a contratto.

 

Buongiorno,
sono un professore a contratto che insegna nella Facoltà di Architettura Ludovico Quaroni” dell’Università di Roma “La Sapienza”. Come forse già saprete nella sola facoltà “Quaroni” ci sono 550 docenti a contratto e il problema del precariato è molto sentito.
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Docenti a contatto

10 agosto 2007

Pubblichiamo una lettera inviataci da un professore a contratto di Roma: 

Spesso c’è una percezione distorta dell’effettivo carico di lavoro di un professore a contratto. La questione senza dubbio merita un approfondimento. L’articolo sull’Unità, dal mio punto di vista di professore a contratto che insegna ad architettura a Roma, è sostanzialmente corretto.

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Cgil Cisl e Uil propongono docenti a tempo determinato

1 agosto 2007

Si è svolto oggi un incontro tra i sindacati confederali dell’università e il ministro Fabio Mussi. Oggetto dell’incontro le docenze e i contratti di ricerca, nonché il reclutamento. Cgil, Cisl e Uil hanno consegnato a Mussi la loro proposta, comprensiva anche di un paio di articoli di legge. La proposta confederale prevede che l’unica forma di contratto atipico diventi il “tempo determinato” e una tenure-track di 3 anni (rinnovabile una sola volta): dopo i primi 3 anni a tempo determinato c’è una valutazione: se va bene si diventa ricercatori/docenti; se va male si può riprovare (solo) un’altra volta.

Scarica il pdf con la proposta di Cgil, Cisl e Uil sul reclutamento nelle università.