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La valutazione che non serve

28 luglio 2009

Per la prima volta, una quota del finanziamento pubblico alle università verrà assegnata sulla base delle performance degli atenei, secondo una graduatoria presentata in anteprima dal ministro Gelmini. Per il momento, il finanziamento basato sul “merito” è limitato al 7% del totale (525 milioni di euro su circa 7 miliardi complessivi), ma l’intenzione dichiarata è di aumentare tale percentuale nei prossimi anni. La novità è importante: sinora, i fondi erano ripartiti secondo le necessità degli atenei, misurate dal numero degli studenti iscritti e dei ricercatori attivi. Ora, invece, il ministero ha classificato il “prodotto” degli atenei, censendo il numero di studenti laureati nei tempi previsti, la percentuale dei laureati che trova lavoro e i finanziamenti europei acquisiti dai ricercatori. Un po’ di valutazione esterna può solo far bene, se serve a far emergere le magagne di un sistema malato. La scarsa trasparenza degli atenei, finora, ha protetto la gestione clientelare di tanti baroni e rettori. Il problema è come questa graduatoria verrà utilizzata per assegnare i finanziamenti del ministero.

Secondo il ministro, chi prende i voti migliori riceverà più fondi: con questa regola si rischia di creare un sistema universitario a due velocità, con atenei di serie A e B. Infatti, a ricevere più finanziamenti saranno le università che oggi funzionano meglio. Per contro, quelle con più problemi e più bisogno di aiuto avranno difficoltà a far meglio. Perché disporre di meno soldi significa fornire peggiori servizi agli studenti e minori fondi ai ricercatori: difficile laurearsi in corso facendo lezione nei cinema, o vincere progetti europei senza strutture adeguate. Perciò, il nuovo criterio di finanziamento pubblico non aiuta il sistema a migliorare nel suo complesso, colmando le molte lacune come promesso e necessario: al contrario.

Ma in linea di principio, la creazione di poli di eccellenza, di livello superiore allo standard medio, non è una bestemmia. È un sistema adottato in molti paesi europei (in cui però il titolo di studio non ha valore legale). Il problema è che un sistema universitario diviso tra eccellenza e mediocrità deve essere accompagnato da un welfare in grado di supportare la mobilità territoriale. La concorrenza tra le università, come in ogni mercato, genera un miglioramento qualitativo solo se i consumatori, cioè gli studenti, possono scegliere liberamente l’ateneo cui iscriversi in base alla qualità. Ma questa “concorrenza perfetta” non è affatto realizzata. Senza borse di studio sufficienti, aiuti per la casa, sostegni al reddito, l’accesso alle università migliori per molti è precluso in partenza. Chi nasce in un territorio svantaggiato, oggi deve accontentarsi di servizi di livello inferiore. In questo modo anche atenei che, in un contesto più favorevole alla mobilità sociale, farebbero fatica a trovare studenti possono contare su una clientela “garantita”, e continuare a prosperare.

Scorrendo la classifica degli atenei stilata dal ministero ci si accorge di altri paradossi: le università migliori (quelle di Trento, Milano e Torino) sono anche quelle che attirano i maggiori finanziamenti privati: 76mila euro per docente a Trento, 40 mila a Milano e a Torino secondo un’indagine recente del Sole-24Ore. Perciò, i soldi dei contribuenti finiranno in maggioranza a chi ne ha meno bisogno, impoverendo gli atenei isolati da un tessuto imprenditoriale in grado di investire in formazione, ricerca e innovazione. La distribuzione geografica degli atenei virtuosi e negligenti è impressionante: sui 27 atenei bocciati, 24 sono nel centro-sud. In parole povere, le tasse dei cittadini del sud garantiranno i servizi di alto livello per gli studenti del nord. Con buona pace del tanto predicato “rilancio del mezzogiorno”.

Dunque, usare la valutazione per finanziare gli atenei è un errore in sé? Niente affatto. Come detto, di maggiore conoscenza e trasparenza c’è un gran bisogno. Ma i dati potevano essere usati con altro criterio. Ad esempio, valutando invece delle performance attuali degli atenei, il loro tasso di variazione. Non andrebbero premiate le università migliori in assoluto ma quelle che, partendo da condizioni iniziali diverse, migliorano la propria performance. Raggiungere standard qualitativi elevati, infatti, necessita di programmazione ed investimenti, cioè anni di lavoro. Le università in fondo alla classifica non diventeranno migliori del Politecnico di Milano da un giorno all’altro, che da parte sua può sfruttare una rendita di posizione notevole. Invece, partendo da condizioni peggiori possono migliorare con minore sforzo. Se questi miglioramenti a portata di mano fossero premiati, lo stimolo dei finanziamenti al merito sarebbe sicuramente più efficace.