Bozza su bozza

Si moltiplicano le indiscrezioni sul prossimo disegno di legge sull’università che Maria Stella Gelmini vorrebbe far varare al Governo. Oggi “La Stampa” rivela informazioni su un’ulteriore versione, in cui ricompare un vecchio pallino dei ministri (tutti) dell’Università e della Ricerca: l’abolizione del valore legale della laurea. Mentre oggi la laurea è un requisito legale richiesto per l’accesso ad alcune professioni e per l’ammissione a molti concorsi, domani la laurea di per sé non varrebbe nulla. Diventerebbe dunque un titolo da valutare come gli altri, secondo la sede, il punteggio, la facoltà. La norma servirebbe a mettere in concorrenza gli atenei, che oggi da Aosta a Catania assegnano un pezzo di carta di pari valore. È dunque un altro passo nella direzione competitiva tra università-aziende, inaugurata con l’autonomia degli atenei del ’90. Ognuno giudichi se è un percorso che sta dando frutti o meno.

In ogni caso, la confusione è grande, visto che chi è informato sui fatti (ministro e rettori) si barrica nel ministero blindato e nella zona rossa dei summit internazionali. Per dire: mentre il ministro abolisce il valore della laurea, l’Associazione Dottorandi lancia invece una campagna perché venga dato valore al dottorato. Una tempistica certo sbagliata, ma una prova ulteriore dell’incapacità del ministro di confrontarsi con il mondo che dovrebbe governare.

Lauree senza valore

Flavia Amabile (La Stampa, 21.5.2009)

Dopo le elezioni via libera alla riforma del’università che eliminerà il valore legale al titolo di studio

Università commissariate se avranno gravi deficit di bilancio e abolizione del valore legale della laurea. Il disegno di legge di riforma dell’Università dopo mesi di modifiche, annunci e rinvii è entrato nella fase finale, contiene molte novità, alcune ancora destinate a essere modificate nelle prossime settimane, altre ormai certe. Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini ha assicurato che è «pronta». «Ma la presentiamo dopo il 6 giugno per toglierla dalle dinamiche della campagna elettorale» e per poterla discutere in Parlamento con «un dibattito sereno». E questo – aggiunge – è anche un segno di disponibilità nei confronti delle opposizioni, anche perchè al suo interno recepisce alcune proposte che sono state avanzate proprio dalle opposizioni».

La data della presentazione in consiglio dei ministri dovrebbe essere il 12 giugno, sette mesi dopo la presentazione delle linee guida della riforma. Fra le novità in arrivo il commissariamento degli atenei che non si siano messi in regola con i conti, voluto dal senatore del Pdl Giuseppe Valditara, inserito nelle linee guida dello scorso novembre e poi cancellato da alcune bozze successive del ddl ma ora rientrato.

E, poi, l’abolizione del valore legale della laurea. Di quest’ultima misura si parlava già quando Letizia Moratti era ministro dell’Istruzione. Significa fare in modo che le lauree non siano più tutte uguali davanti alla legge. E quindi si pongono diversi problemi:come si garantirebbe l’esercizio delle professioni libere da quella di avvocato a quella di medico, Oppure con che criterio si ammetterebbero i giovani ai diversi esami di stato o come si dovrebbe prevedere la partecipazione ai concorsi. E, anche, come potremmo chiedere all’Europa il riconoscimento dei titoli conseguiti in Italia?

Nel governo Berlusconi i sostenitori dell’abolizione del valore legale della laurea sono molti. Il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, è a favore di un «azzeramento titoli». E ieri lo ha ribadito: «Tanto più viene meno il valore legale dei titoli di studio tanto più aumenta il valore dei contenuti degli stessi».

Anche il ministro Gelmini ci crede. «Se vogliamo una vera concorrenza tra gli Atenei si passa da lì e sono convinta che il Paese riuscirà a recuperare efficienza e qualità da questa misura».

Il 9 gennaio, la Lega Nord aveva anche presentato in Parlamento un ordine del giorno proprio sull’abolizione del valore legale della laurea sostenendo che l’attuale titolo di studio, legalmente riconosciuto, sarebbe alla base della «falsa concorrenza» agli atenei del nord da parte delle università meridionali che si sarebbero trasformate in «laureifici».

I sostenitori dell’abolizione ritengono infatti che se è soltanto il titolo di laurea il passpartout nel mondo delle professioni gli studenti cercano la sede che prospetta minori difficoltà e i professori si limitano a una preparazione asettica e manualistica e la media dei voti permetterebbe di sovrastimare le università che premiano con un minore impegno.

La proposta però non convince per nulla i sindacati. Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil: «E’ evidente che c’è uno stretto collagamento tra l’abolizione dela valore legale della laurea e la privatizzazione delle università. Questa misura creerebbe una grave incertezza nell’accesso alle professioni. E’ il grimaldello con cui passare ad un sistema privatistico e alla nascita dei laureifici, il mercato delle lauree».

Anche l’Unione degli Universitari la ritiene «inaccettabile» perché «si incentiverebbero invece meccanismi clientelari, a danno di coloro che non hanno le giuste raccomandazioni».

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