La riforma che conserva

Il 22 maggio, il governo approverà un Disegno di Legge Delega sull’università. Se ne parla nei corridoi, poiché nei giorni scorsi sono circolate diverse “bozze” della legge e hanno sollevato dibattito, ma nessuna mobilitazione. La norma più discussa è quella che escludeva dai concorsi da ricercatore chi ha il dottorato da più di 5 anni, presente in questa bozza (art. 5. comma 1, capoverso i). In un’altra versione della legge delega, a prima vista più recente, quella norma è sparita.

Per il resto, la nuova legge ritocca appena l’università attuale, che evidentemente al governo piace molto così. Per un’analisi più dettagliata vi rimandiamo al sito di Gennaro Carotenuto (se ne avete il tempo). In sintesi: c’è l’abilitazione nazionale, ma il potere dei baronati locali non ne esce intaccato. Bisognava rispondere alle questioni più scottanti, come quella della precarietà? La legge lo fa, ma solo a parole. Infatti, L’articolo 10 che incentiva le università ad assumere più ricercatori mette sullo stesso piano i ricercatori a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato. Perciò, gli atenei potranno scegliere se bandire un posto per una posizione precaria (che dopo un po’ finisce, pesa meno sul bilancio e non partecipa agli organi di governo) o per un vero posto da ricercatore, che con l’avanzare della carriera diventa sempre più oneroso per le casse dell’ateneo e ha voce in capitolo quando si tratta di votare.

Nei fatti, ma senza dirlo, si tratta di una riforma molto simile a quella di Letizia Moratti, che fu combattuta nelle piazze e parzialmente neutralizzata: la riforma Moratti aboliva la figura del ricercatore, ma solo dal 2013. Con questa legge (ammesso che sia la versione definitiva) il ricercatore rimane in vita; però, è affiancato da un’altra figura, formalmente equivalente ma a tempo determinato, meno costosa, più ricattabile e più manovrabile per le clientele baronali. Al solito, la modernizzazione dell’università fa rima con precarizzazione, che a sua volta fa rima con corruzione.

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Una Risposta to “La riforma che conserva”

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