L’Irlanda, o come reagire alla crisi

Fino ad anni recenti, l’Irlanda era associata alla carestia delle patate. Era, cioè, considerata un paese arretrato, in cui anche una malattia del più povero tra i tuberi poteva generare fame ed emigrazione. Negli ultimi due decenni, invece, l’Irlanda ha puntato tutto sulla conoscenza e sull’innovazione, guadagnandosi il soprannome di “Celtic tiger”. Grazie ad investimenti in ricerca e nell’educazione superiore, basso costo del lavoro e tasse favorevoli alle multinazionali dell’high tech, molte imprese (Microsoft, HP, Siemens) hanno posto in Irlanda i loro centri di ricerca europei, sviluppando progetti di ricerca in grado di attirare cervelli, invece di farli scappare. Ma ora è arrivata la crisi economica: l”Irlanda sembra essere il Paese messo peggio di tutti in Europa. E il governo che fa?

Investe in ricerca, come racconta un editoriale sull’ultimo numero della rivista Nature. Nonostante un debito che pone il paese in una situazione argentina, il governo ha confermato che gli investimenti in ricerca pubblica continueranno ad aumentare ai ritmi degli ultimi anni, grazie a cui hanno raggiunto l’1.4% del PIL (in Italia siamo intorno all’1). In Irlanda ci sono 5,7 ricercatori ogni 1000 lavoratori, più che nella media europea (5,6) e quasi quanto in Svizzera (5,8). Evidentemente, per uscire dalla crisi l’Irlanda sta puntando forte su un’economia avanzata, che costa molto in istruzione ma rende ancor di più, e non sull’abbassamento del costo del lavoro e sul protezionismo.

Mantenere tasse basse per l’impresa e forti investimenti in ricerca non è tuttavia facile. Chi rischia di andarci di mezzo è l’università pubblica. Il finanziamento per gli atenei irlandesi scenderà del 7% nel 2009, e molti atenei dovranno compensare il calo con le tasse di iscrizione. Potrebbe comunque essere un male minore: l’università, infatti, in Irlanda è totalmente gratuita, visto che proprio per rilanciare l’economia dieci anni fa il governo aveva eliminato del tutto le tasse di iscrizione.

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