Sul DL 180

Un comunicato dell’APRI e della RNRP sul DL 180 segue a distanza di pochi giorni un lungo documento sul DL 180 preparato dei ricercatori precari di Roma. Di seguito il documento.

Il DL 180, recentemente emanato dal consiglio dei ministri e attualmente in discussione al senato per la conversione definitiva, non rappresenta in alcun modo una risposta alle istanze del movimento, poiché lascia sostanzialmente inalterati i tagli al sistema universitario introdotti dalla legge 133/2008, con effetti che a partire dal 2010 saranno letteralmente dirompenti per il funzionamento di quasi tutti gli atenei italiani.

Qualsiasi intervento legislativo dovrebbe invece partire dal dato oggettivo ed incontrovertibile che il sistema universitario e della ricerca italiano è sottofinanziato rispetto a quelli delle altre nazioni industrializzate. A questo proposito denunciamo la violenta campagna di disinformazione organizzata da più o meno autorevoli quotidiani nazionali che, pur partendo dalla sacrosanta denuncia di situazioni di corruzione e nullafacenza, finisce per invocare un ulteriore disimpegno finanziario e, sulla base di dati elaborati in maniera subdola e capziosa, vorrebbe addirittura dimostrare che gli investimenti italiani nel sistema universitario sono superiori a quelli dei principali paesi europei! Al contrario, sono invece opportuni e non rimandabili interventi di sostegno al sistema della ricerca che consentano all’Italia di rispettare gli impegni sottoscritti a livello internazionale che obbligano ad una crescita degli investimenti in ricerca fino al 3% del PIL entro il 2010.

L’altro dato da cui i provvedimenti sull’università dovrebbero partire è che oggi le università e gli enti di ricerca si reggono sul lavoro, sottopagato e saltuario e in alcuni casi addirittura non retribuito, di un numero enorme di ricercatori precari. La moltitudine di tirocini, stage e praticantati tutti rigorosamente non retribuiti non e’ più tollerabile, così come la dilagante attività didattica a titolo gratuito.

Pensiamo che non siano piu’ rimandabili interventi volti a dare diritti e dignità al lavoro dei ricercatori precari. Chiediamo il superamento di tutte le forme di lavoro precario attraverso l’introduzione di un unico contratto post doc a tempo determinato, di durata non inferiore ai due anni, con diritti chiari ed adeguata retribuzione. Per altro la percentuale dei nostri ricercatori sulla popolazione attiva è circa la metà di quella degli altri grandi paesi europei e al di sotto della media OCSE. Dopo anni di blocco dell’accesso ai giovani ricercatori che ha esasperato la precarietà e incentivato la fuga dei cervelli, chiediamo che si finanzi un reclutamento straordinario via concorso, che deve essere seguito da un reclutamento ordinario via concorso costante nel tempo.

Non siamo contrari a investimenti che valorizzino le esperienze piu’ interessanti, pensiamo pero’ che debbano essere aggiuntivi e non sostitutivi di parte del FFO. Da questo punto di vista siamo contrari alla destinazione di una quota rilevante del Fondo di Finanziamento Ordinario, sopravvissuto ai tagli della 133, ad università definite “virtuose” sulla base di criteri non specificati.

Ciò premesso, entriamo nel merito del provvedimento governativo, relativamente all’articolo 1, che riguarda piu’ direttamente i precari della ricerca e le loro rivendicazioni.

1. Per quanto riguarda il blocco del turnover, il decreto risulta solo apparentemente migliorativo rispetto alla legge 133. Si eleva al 50% il turnover per gli atenei cosiddetti “virtuosi”, per i quali risulta in realtà incomprensibile la necessità di un taglio comunque del 50%, e parallelamente lo si cancella totalmente per quelli “non virtuosi” (comma 1). Peccato che, per effetto dei tagli previsti dalla legge 133, entro un paio d’anni quasi tutte le università rientreranno in quest’ultima categoria, per cui la reale conseguenza del d.l. e’ l’abolizione anche del residuo 20% di turnover previsto dalla legge 133. Questo provvedimento risulta molto più grave alla luce del fatto che nei prossimi anni si assisterà ad una considerevole riduzione del personale universitario. Infatti andranno in pensione i docenti che compongono il cosiddetto “tsunami” demografico dovuto alle assunzioni ope legis avvenute in passato e non saranno sostituiti da nuove assunzioni.

2. Giudichiamo positivamente l’introduzione di un vincolo di destinazione del 60% del budget all’assunzione di nuovi ricercatori (comma 3) che, per la prima volta da quando sono state abolite le piante organiche, recepisce la richiesta di contrastare la tendenza dei consigli di facoltà a bandire concorsi da associato e ordinario per favorire gli avanzamenti di carriera dei propri membri e a ridurre al minimo i concorsi da ricercatore, con l’inevitabile conseguenza di abbandonare i giovani a contratti precari di ogni genere indipendentemente da qualsiasi merito individuale.

3. Dobbiamo rilevare però che questo vincolo viene introdotto con un trucco pericoloso, in quanto si afferma che “ciascuna università destina almeno il 60% delle risorse all’assunzione di ricercatori “a tempo indeterminato, nonché di contrattisti ai sensi dell’articolo 1, comma 14, della legge 4 novembre 2005, n. 230″ (in pratica ricercatori a tempo determinato). Questa formulazione rappresenta un grave passo verso la definitiva precarizzazione della figura del ricercatore universitario e rischia di vanificare gli effetti positivi del vincolo di destinazione, spingendo le università a fare massiccio ricorso ad assai più convenienti contratti precari il cui reclutamento via concorso è stato per di più svincolato dalle nuove modalità introdotte dal successivo comma 7. Risulta davvero difficile seguire il ragionamento del governo: se si ritiene necessario un intervento sul sistema dei concorsi, perché si usa un trattamento diverso per i concorsi da ricercatori a tempo determinato? Si è forse dell’idea che questi debbano essere tranquillamente e giustamente manipolati? Noi chiediamo la cancellazione di qualsiasi riferimento ai contratti a tempo determinato dal testo del decreto e ribadiamo che la figura del ricercatore a tempo determinato deve divenire sostitutiva non del ricercatore a tempo indeterminato, ma di tutte le altre figure precarie prive dei diritti fondamentali del lavoratore (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali adeguati…) attualmente presenti nelle università e negli enti di ricerca italiani.

4. Relativamente agli interventi sulla composizione delle commissioni (commi 4 e 5) riteniamo che le esperienze passate insegnino che le modalità di selezione dei commissari non hanno generalmente alcun impatto sostanziale sulla trasparenza dei concorsi. Ciò premesso, esprimiamo la nostra preferenza per un sorteggio completamente aperto e non su rose elettive.

5. Chiediamo che il ministro rispetti il termine di 30 giorni per l’emanazione dei decreti con le modalità di svolgimento delle elezioni e del sorteggio e con i parametri di valutazione (commi 6 e 7). Un eventuale non rispetto dei termini verrà interpretato come una dimostrazione della volontà di provocare un blocco de facto del reclutamento. I sospetti che il governo stia manovrando in questa direzione sono più che leciti.

6. Giudichiamo comunque in maniera positiva l’introduzione di nuove regole per il reclutamento dei ricercatori (comma 7). Condividiamo la scelta di abolire la prova scritta e la prova orale, da sempre sede di manipolazione degli esiti concorsuali e di valutare i candidati in base a criteri unici nazionali individuati con decreto del ministro. Chiediamo però che al termine di ogni prova concorsuale venga stilata una graduatoria numerica a scorrimento, in modo che se il primo candidato risulta vincitore in più sedi possa subentrargli il secondo classificato. È ora importante tenere alta l’attenzione sulla definizione dei criteri unici nazionali, che dovrebbero essere specifici per ogni settore disciplinare e tenere conto del lavoro già svolto dai candidati in università ed enti. A tal proposito chiediamo che vengano adeguatamente valorizzati assegni di ricerca, borse di studio, contratti a T.D., affidamento di corsi e tutte le attività svolte in università ed enti pubblici di ricerca.

Nel complesso pensiamo che questo decreto non affronti minimamente i nodi della crisi dell’università e della ricerca in Italia e, accanto ad aperture propagandistiche, contenga in realtà elementi di ulteriore precarizzazione della figura del ricercatore.

Alla luce di tutte le considerazioni fatte, riteniamo che l’approvazione del D.L. 180 e la sua futura conversione in legge non faccia in alcun modo venir meno le ragioni della protesta, che continuerà finché i tagli introdotti dalla legge 133 non saranno aboliti e fin quando il governo non avvierà una vera politica di valorizzazione del sistema dell’università e della ricerca.

I dottorandi e i precari in mobilitazione delle università romane

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