I precari costano: assumiamoli

Sono stati pubblicati anche quest’anno i dati relativi all’uso del finanziamento ordinario da parte degli atenei. Il dato importante è la percentuale che ogni università spende per il personale fisso (docenti, tecnici e amministrativi): se supera il 90%, secondo il patto per la stabilità firmato l’anno scorso da Padoa-Schioppa e Mussi, non si può sostituire più del 35% dei pensionamenti. Le università più spendaccione, cioè, potranno bandire un concorso solo ogni tre docenti che vanno in pensione. Questo dovrebbe servire a ridurre il reclutamento e a investire di più nel personale a contratto, inducendo le università a risparmiare. In realtà, con la manovra di Brunetta per tutte le università questa soglia viene abbassata al 20% per il 2009, quindi questo dato è temporaneamente (?) irrilevante. Ma è il principio che conta: davvero chi assume più precari spende di meno?

Non è affatto detto. Esaminiamo 5 università “virtuose” e 5 università “spendaccione” per capire qualcosa, usando la banca dati del ministero (vedi tabella). Tra le “virtuose” consideriamo il Politecnico di Milano (66% del finanziamento ordinario speso per il personale fisso), Milano-Bicocca (70%), Catanzaro (49%), Roma III (72%) e Napoli Parthenope (72%). Prendiamo il rapporto tra docenti a contratto e docenti di ruolo. Tra gli atenei “virtuosi” vi sono università con molti docenti precari (il Politecnico di Milano: 1377 a contratto e 1293 di ruolo; Catanzaro: 249 a contratto e 200 di ruolo), ma anche esempi contrari come l’università di Milano-Bicocca (333 contrattisti e 863 di ruolo). Roma III (475 a contratto su 878 di ruolo) e Napoli-Parthenope (118 su 280) sono in situazione intermedia.

Esaminiamo invece i cattivi della lista: Siena (103% del finanziamento speso in personale fisso), Firenze (99%), Bari (97%), Pisa (97%), Pavia (95%). Anche tra gli spendaccioni il quadro è vario: Bari dichiara 192 docenti a contratto e 1909 di ruolo, Pisa rispettivamente 627 e 1816, Pavia 968 e 1087. Cifre molto diverse, eppure questi tre atenei hanno un rapporto tra finanziamento e spesa del personale quasi uguale. Siena, che per il personale spende più di quanto riceva dal ministero (103%), ha un numero di contrattisti quasi uguale al numero di docenti di ruolo (954 a 1050), eppure non risparmia granché. Anche a Firenze i precari sono tanti (1554) rispetto a docenti di ruolo (2217), ma il bilancio non sembra giovarne. Anche la proporzione di ricercatori, associati ed ordinari, che hanno costi diversi (un neo-ricercatore costa la metà di un nuovo ordinario) non sembra contare più di tanto, visto che in tutti gli atenei considerati si osserva la classica clessidra: tanti ricercatori ed ordinari, e qualche associato in meno.

È vero che queste cifre valgono quel che valgono: i docenti a contratto lavorano spesso al nero e non risultano nelle cifre ufficiali, e poi il costo di un docente a contratto varia parecchio da ateneo a ateneo. Però questo semplice esame è indicativo del fatto che non basta assumere precari per risanare le università. Anzi: c’è chi ne fa a meno e ha il bilancio in buone condizioni. Come tutti sanno, infatti, spesso i precari aumentano nei feudi baronali, in quelle cattedre dove, intorno al professore ordinario si forma una servitù dedita al subappalto della didattica e delle altre mansioni universitarie. Tanti precari, dunque, corrispondono a tanti sprechi.

Allora cos’è che fa esplodere i conti? Qualche indizio proviene dai dati anagrafici del personale dell’università. Prendiamo, per esempio, l’età media dei ricercatori. Le 5 università più risparmiose esaminate hanno ricercatori con età media piuttosto bassa (per gli standard italiani):  39 anni a Napoli-Parthenope, 41 a Milano-Bicocca, 43 al Politecnico e a Catanzaro, 45 a Roma III. Le “sprecone” viaggiano su cifre superiori: 46 anni a Bari, 47 a Pavia, 48 a Siena, Firenze e a Pisa. Una nota: ci sono 6 atenei in cui l’età media dei ricercatori supera i 50 anni.

Si potrebbero fare analisi più complete. Però, qualche conclusione si può abbozzare. Più che assumere precari, le università per risparmiare dovrebbero assumere ricercatori a ritmo costante e mandare in pensione gli anziani, i cui stipendi pesano più di tutti. Tanti concorsi per svecchiare il sistema non aumenterebbero i costi, anzi: chi in questi anni ha assunto giovani oggi risparmia. Chi si tiene i baroni e tappa i buchi con i precari, spesso, ha i conti in disordine.

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Una Risposta to “I precari costano: assumiamoli”

  1. Libru » I precari costano: assumiamoli Says:

    […] sconosciuto: Il dato importante è la percentuale che ogni università spende per il personale fisso (docenti, tecnici e amministrativi): se supera il 90%, secondo il patto per la stabilità firmato l’anno scorso da Padoa-Schioppa e Mussi, … […]

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