Da destra e da sinistra

Non bastano i pensatori di destra e di sinistra “meritocratici” alla Giavazzi e del Messaggero, non basta la CRUI. Ora gli attacchi ai ricercatori precari arrivano pure dalla sinistra-sinistra. Con un articolo sul Manifesto Giulio Palermo, ricercatore confermato a Brescia e attivo “contro il pensiero unico”, si scaglia violentemente contro i “ricercatori precari”, colpevoli innanzitutto di non essere (secondo lui) né ricercatori né precari e – in seconda istanza – di essere solo aspiranti baroni, perché non contesterebbero, secondo lui, il sistema baronale di cui sono solo sudditi servili.

E’ vero che molti ricercatori precari (dottorandi, assegnisti, co.co.co., tempi determinati, borsisti, cultori della materia, docenti a contratto, ecc.) non sanno di esserlo. E’ vero che ci sono voluti molti anni per far passare nella testa delle persone (e ancora non è passata del tutto) l’idea  per cui si è tutti sulla stessa barca in quanto precari. E soprattutto è vero che tutti i movimenti importanti degli ultimi anni sono passati attraverso l’identificazione con la condizione di precarietà, vedendo tra i protagonisti i ricercatori precari e questo ovviamente provoca parecchia invidia in chi precario non si sente o non è, e vorrebbe fare il rivoluzionario: molti precari “temono” di vincere un giorno un concorso e dovere così smettere di lottare. Comprendiamo quindi tutto, ma nonostante ciò questo articolo di pensiero doppio (in cui un ricercatore confermato si schiera con i baroni contro i precari, in quanto i precari non si schierano contro i baroni) davvero il “manifesto” poteva risparmiarcelo.

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2 Risposte to “Da destra e da sinistra”

  1. Secondo la finanziaria i precari della ricerca sono portaborse « Says:

    […] la finanziaria i precari della ricerca sono portaborse Non è solo, Giulio Palermo, a sostenere che i ricercatori precari non sono altro che lacchè al servizio del potere. Lo […]

  2. Giulio Palermo Says:

    Invio questo mio pezzo che uscirà sul prossimo numero di “A – La rivista anarchica”. Rispondo così, da comunista, a chi mi appiccica addosso il baffone staliniano, accusandomi di essere un sicario inviato dal manifesto (di cui evidentemente i responsabili della Rete Nazionale Ricercatori Precari ignorano la storia). Saluti antibaronali
    Giulio Palermo
    http://fausto.eco.unibs.it/~palermo/

    RICERCATORI PRECARI IN DIFESA DELL’UNIVERSITÀ BARONALE

    Il 12 dicembre, il manifesto ha ospitato una mia critica ai ricercatori precari (RP) e al loro atteggiamento ambiguo e contraddittorio verso la cooptazione e il mondo baronale. Pur sapendo di toccare un tema delicato, in cui si sovrappongono storie personali, privilegi corporativi e questioni politiche, la mia scelta di soffermarmi sull’anello più debole della catena del potere accademico è stata quasi obbligata. I docenti di ruolo, infatti, proprio per il potere che traggono dai rapporti baronali, hanno tutto l’interesse a perpetuare questo sistema. I RP hanno invece interessi contraddittori, in cui si intrecciano rapporti privilegiati col mondo baronale e ambizioni scientifiche, che sono frustrate proprio dai rapporti baronali.

    La “precarietà” come fase della cooptazione

    Il “sistema universitario” nasce con l’Unità d’Italia. Da allora, la sua riproduzione è affidata ad un meccanismo di reclutamento contraddittorio, basato, nella forma, sul concorso pubblico e, nella sostanza, sulla cooptazione. Questo ha permesso di scongiurare il pericolo sovversivo di un sistema privo della guida necessaria a garantire la riproduzione della cultura dominante e l’assolvimento delle funzioni di indottrinamento e controllo sociale richieste dalle classi dominanti, in un contesto apparentemente democratico.
    La cooptazione inizia con una serie di scambi di favori tra cooptatori e cooptandi, secondo cui i secondi si incaricano di alcuni doveri istituzionali e professionali dei primi, per ricevere, come ricompensa, i famosi contratti precari: borse di studio e contratti di ricerca. Ovviamente, questi contratti, a tempo determinato, non riportano le vere mansioni richieste (che, come ci spiegano i RP stessi, comprendono correzione di bozze, lavori a firma del cooptatore, lezioni, ricevimenti ed esami al posto del titolare del corso). Ma, il contratto, seppur implicito (e illecito), è ben noto alle parti. Se il cooptando lo accetta (o, meglio, lo insegue affannosamente) è perché gli permette di mantenere un piede nell’università e di sperare di metterci anche l’altro. Se il cooptatore lo offre è perché ne trae i benefici, senza pagarne alcun costo, che è invece a carico della collettività.
    Ben inteso, anche questi “contratti precari”, formalmente, sono attribuiti per concorso. Ma, proprio per la funzione che svolgono, essi sono attribuiti al cooptando di turno con margini d’errore statisticamente insignificanti. Perché la fase più delicata della cooptazione è proprio quella iniziale, in cui il “precariato” gioca una duplice funzione: esso serve sia come test di fedeltà del cooptando, sia come base materiale da cui il cooptatore trae il proprio potere e scarica su altri i propri doveri.

    La mistificazione dei ricercatori precari

    Tutto questo nel discorso dei RP non appare. La loro storia comincia invece da qui: “La precarietà dei nostri contratti ci obbliga ad un plus-lavoro non remunerato e ci espone al ricatto. Noi svolgiamo mansioni che appartengono al corpo docente, ma che non ci sono riconosciute. Senza il nostro contributo alla didattica, il sistema entrerebbe in crisi. E anche sul piano scientifico, tra noi ci sono persone con titoli più prestigiosi di quelli dei docenti di ruolo”. Nient’altro che la verità.
    Ma non, tutta la verità. Perché appunto il discorso dei RP riguarda la precarietà, ma non la cooptazione, che è un modo di reclutamento basato proprio sulla precarietà e in cui la precarietà è il primo passo verso i privilegi accademici. E da qui nasce tutta la mistificazione. Senza nemmeno conoscere la loro storia, i RP vorrebbero cavalcare il movimento contro la precarietà, dimenticando che la loro precarietà ha origini completamente diverse, essendo interna ad un meccanismo ben rodato di riproduzione del ceto accademico, che non ha niente a che fare con la nuova offensiva liberista contro il mondo del lavoro.
    I RP rimangono così intrappolati nella terra di nessuno, un po’ sfruttati e un po’ privilegiati. E da qui discendono le loro acrobazie diplomatiche: i giorni dispari, si presentano come vittime del sistema di potere baronale e, i giorni pari, discutono amichevolmente con i loro referenti baronali i tempi della loro carriera accademica. Un giorno, in bella mostra, a invocare San Precario; l’altro, in gran segreto, a pregare San Gregario. Perché, prima ancora di parlare di riconoscimenti e stabilizzazioni, è tutto da vedere se, senza entrambi i santi, i RP otterrebbero il posto che ricoprono.

    La lotta impossibile dei ricercatori precari

    Vittime della loro stessa mistificazione, i RP chiedono dunque la fine della precarietà e il proseguimento della cooptazione. E non vedendo la contraddizione in termini, cercano le cause della loro sconfitta in oscure trame di potere. Così, anche l’apertura di un “fronte a sinistra” (cf. la loro replica al mio articolo – il manifesto, 18 dicembre), non incrina le loro certezze, ma conferma l’esistenza del complotto. E individuano allora in un cane sciolto rabbioso, incapace fino a ieri di socializzare la sua lotta anti-baronale, l’espressione delle “ottime relazioni tra l’accademia e alcuni settori della sinistra”!
    Senza vedere che il rifiuto delle loro richieste è determinato dai loro stessi referenti (che occupano peraltro il 12% dei seggi parlamentari), i quali non hanno alcun interesse a porre fine al sistema di potere di cui sono al comando. Addirittura i rettori, con cui i RP sfilavano a braccetto nelle manifestazioni del 2005, invocano ora la Costituzione per impedire la loro stabilizzazione, sostenendo che essa lederebbe l’autonomia universitaria (art. 33). E i RP si guardano bene dal replicare che la Costituzione afferma pure che “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso” (art. 97), e non mediante cooptazione. Perché la cooptazione, anche se incostituzionale, sta bene a tutti, docenti di ruolo e RP, baroni e portaborse.
    Persone che manderebbero in galera un disgraziato che ruba per mangiare –“perché la legge è legge”– di fronte alla cooptazione universitaria, non invocano la legalità, ma filosofeggiano sulla propria specificità, che renderebbe addirittura necessaria la cooptazione. E i primi a cadere in questa mistificazione sono proprio i RP, che usano gli stessi argomenti dei loro baroni: “La ricerca è speciale, non si può valutare oggettivamente, l’importante è dare il giusto peso al merito, il lavoro universitario richiede un’equipe coesa…” – argomenti che dimostrano quanto i RP abbiano ben assimilato la logica dei loro capi e siano, in definitiva, soltanto l’altra faccia della medaglia del potere baronale.
    E in tutto questo, nessuno nota che i problemi di chi vuol fare ricerca scientifica sono causati dalla cooptazione, non dai suoi critici.

    La fine del pensiero critico

    La cooptazione impedisce l’emancipazione scientifica del cooptando e mortifica le funzioni critiche dell’università. Il cooptatore opprime il cooptando, anche se lo protegge, perché impedisce il suo sviluppo scientifico, richiedendogli obbedienza e fedeltà, invece che rigore e originalità.
    A volte, il rapporto di potere è esplicito e palese, come in certe facoltà, dove i baroni si riconoscono dal codazzo di portaborse che li segue. In altri casi, il rapporto baronale si fonde invece con una filiazione anche scientifica. Perché baroni sono anche quei Maestri che, per introdurre i loro studenti migliori alla ricerca, li invitano a partecipare ai propri progetti, li portano con sé ai convegni, e, poi, proprio per la stima reciproca che intercorre tra loro, li difendono dalle cordate rivali nelle sedi in cui si ripartiscono posti e risorse. Perché, nell’università baronale, la filiazione scientifica può durare solo finché il cooptatore si impegna a tenere in vita il cooptando (e termina non appena il cooptando si allontana dagli interessi del cooptatore, o addirittura ne critica le scelte scientifiche e accademiche).
    Questo aspetto materiale –che i RP conoscono bene– ribalta il rapporto scientifico che intercorre tra maestro e allievo. Infatti, anche nel caso più favorevole, in cui il rapporto baronale ha una dimensione pure scientifica, la loro interazione non valorizza le ambizioni scientifiche dell’allievo-cooptando, ma quelle del maestro-cooptatore. E questo proprio nella fase più delicata dello sviluppo scientifico di un giovane studioso, che dovrebbe essere aiutato a trovare il proprio percorso, non essere indirizzato verso il percorso di chi può garantirgli –evidentemente, a suo insindacabile giudizio– il successo accademico.
    Ma di questi problemi non c’è traccia nelle battaglie dei RP. Loro non si lamentano dello svilimento del loro percorso scientifico, ma dei loro limitati privilegi accademici. Questo dimostra che a loro non interessa la ricerca scientifica, come pomposamente affermano, ma la carriera accademica, cioè la scalata verso nuovi privilegi economici e di potere. Infatti, il loro vero privilegio, quello di essere pagati per pensare (a differenza dei veri precari, che sono pagati per eseguire), non lo sfruttano nemmeno. Perché sanno che, durante la cooptazione, non si deve pensare, ma eseguire, obbedire, svolgere acriticamente la funzione richiesta dal referente.
    Da questo punto di vista, i RP sono in buona compagnia, accanto ai docenti di ruolo. Questi ultimi, infatti, hanno smesso di pensare già da tempo, come prezzo da pagare per entrare nella corporazione. E ora che possono finalmente pensare liberamente, hanno anche dimenticato come si fa. Quello che resta della loro passione giovanile per la ricerca è solo la bramosa ricerca di nuovi privilegi di carriera. Per loro l’affiliazione e i compromessi scientifici hanno persino smesso di essere prezzi da pagare. Sono piuttosto la dimostrazione delle proprie abilità relazionali, che –loro non possono più vederlo, ma i RP forse possono ancora– costituiscono la negazione stessa dell’autonomia di pensiero.
    Le conseguenze sulla ricerca scientifica sono ovvie. La cooptazione permette di riprodurre la cultura e il pensiero scientifico dominanti, lasciando fuori ogni voce critica, indipendente e deviante. Essa richiede e infonde obbedienza, invece che spirito critico. Perché per entrare nelle cittadelle universitarie, il pensiero critico deve prima farsi interno al sistema, deve cioè incontrare un barone pronto a promuoverlo. Questo lascia fuori tutti quelli che, invece di cercare di risolvere i problemi dei loro referenti, si pongono domande (e, inevitabilmente, sollevano critiche), quelli cioè che costituiscono la vera sfida proprio sul fronte scientifico. In questo sistema, l’estensione del proprio feudo è il solo scopo e le idee senza baroni muoiono, con i loro portatori.
    In questo contesto mistificato, la battaglia dei RP contro la precarietà è l’antitesi di quello che vorrebbe apparire. Perché i RP si presentano come forza oppressa, ma non osano contrapporsi alla casta che li opprime. Perché loro nella casta vogliono entrarci. Senza nemmeno quel riformismo moderato di chi afferma che bisogna entrare nel sistema, per cambiarlo dall’interno. Perché i RP vogliono entrare e basta. E sanno anche che se ci riusciranno, sarà grazie alla cooptazione, non nonostante essa.

    Giulio Palermo
    Ricercatore, Università di Brescia

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