Romano, c’è posta per te

All’attenzione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Governo Italiano

Palazzo Chigi, Piazza della Colonna, Roma,

con la presente lettera vogliamo partecipare attivamente al dibattito politico in quanto cittadini italiani. Ripetute volte Lei stesso e i rappresentanti del Suo governo, sia in campagna elettorale, che tuttora adesso si rivolgono ai cittadini italiani con discorsi che affermano il “dramma della precarietà” e dichiarando che il nostro Paese “ha il dovere morale di consentire ai giovani la possibilità di costruirsi un futuro dignitoso”.
Come rappresentanti dei “giovani precari” di cui parlate tanto volentieri e che poi tanto giovani più non sono (l’età media ha ormai superato i 35 anni!) vogliamo esprimere a Lei e al Suo governo le motivazioni per le quali sosteniamo che la Vostra politica di “lotta al precariato” è stata ed è tuttora svolta in maniera insufficiente, ingiusta e per molti aspetti è del tutto inesistente. Qui di seguito circostanzieremo meglio queste affermazioni. Il primo atto propagandato dal Suo governo come “lotta al precariato” sono state le cosiddette “norme per le stabilizzazioni nel pubblico impiego” previste dalla passata legge finanziaria per l’anno 2007.

In quell’ambito non solo le risorse stanziate sono state estremamente esigue, dato per altro giustificabile dalle circostanze dovute al risanamento dei conti pubblici del primo anno di governo, ma soprattutto sono state distribuite con criteri assolutamente ingiusti in quanto le stabilizzazioni sono state rivolte solo ai titolari di rapporti di lavoro a termine di tipo subordinato, escludendo ingiustamente la grande parte dei lavoratori precari che sono invece assunti, come è a voi noto, con contratti di tipo parasubordinato. All’interno del nostro ente di ricerca, ad esempio, non sono mai stati attivati in questi anni contratti a termine per il personale impiegato in attività di ricerca, e gli unici ad essere stati assunti con contratti di tipo subordinato sono stati gli impiegati e gli operai agricoli. Le forme contrattuali dell’impiegato e dell’operaio agricolo, per altro, negli anni antecedenti al 1998 sono state utilizzate anche per assumere personale che ha svolto attività di ricerca a termine, mentre negli anni successivi per quel personale le sole forme contrattuali adottate sono state di tipo parasubordinato e sono state adottate in forma ripetuta per le stesse persone, le quali, sotto vari contratti e finanziate con risorse provenienti da progetti diversi, hanno di fatto svolto la stessa mansione.

L’uso di contratti di tipo parasubordinato è già di per sé una discriminazione in quanto i lavoratori parasubordinati sono esclusi da tutte le più basilari norme di tutela del lavoro previste nella giurisdizione italiana e dicasi a titolo di esempio il diritto alla rappresentanza sindacale attiva e passiva, l’esclusione dalla contrattazione collettiva, l’esclusione dal godimento degli ammortizzatori sociali, primo fra tutti il sacrosanto diritto ad avere una indennità di disoccupazione che permetterebbe di gestire in maniera meno “drammatica” la “precarietà” della nostra vita. Con l’ingiusta esclusione delle “norme per le stabilizzazioni” si è sancita, invece, chiaramente la nostra esclusione dal riconoscimento dell’attività prestata, che è uno fra quei diritti che più ingiustamente ci viene negato. Ma l’equivoco più grande del Suo governo, Professor Prodi, non è solo quello di aver disconosciuto completamente l’impegno elettorale assunto con il programma che avevate firmato nel seno dell’Unione, ma è soprattutto quello di propagandare ancora adesso le Vostre azioni di governo come “lotta al precariato”, utilizzando nelle dichiarazioni pubbliche questo termine orami dal significato vago, in maniera da nascondere alla maggioranza dei cittadini italiani la realtà contenuta nei testi scritti delle Vostre azioni legislative, nei quali, invece, è sempre stata chiara la distinzione fra le azioni rivolte ai precari subordinati e quelle rivolte, invece, ai precari parasubordinati.

La discriminazione di cui sopra è sancita in maniera palese nel cosiddetto “protocollo sul welfare” stilato il 23 Luglio 2007 e che nostro malgrado ha ricevuto i crismi anche dai vertici ufficiali del sindacato confederale ed è stato “approvato” dal referendum dei lavoratori. Tuttavia siamo fermamente convinti che se si potesse fare un distinguo in quella votazione referendaria e si potesse conoscere l’esito delle votazioni fra i lavoratori parasubordinati, allora l’esito del referendum in questo caso si ribalterebbe e la dimostrazione di questo Le è stata data dal successo della manifestazione del 20 Ottobre 2007 a Roma, dove la maggior parte dei partecipanti erano proprio “giovani” precari non proprio soddisfatti dalla Vostra azione di governo.

Nel “protocollo del welfare” la tanto discussa norma sulla stabilizzazione obbligatoria del personale precario assunto per tre anni dallo stesso datore di lavoro ancora una volta è riservata ai lavoratori subordinati ed esclude quelli parasubordinati. Lo stesso vale per le disposizioni in merito agli ammortizzatori sociali, dalle quali i parasubordinati sono esclusi in quanto per questi ultimi si prevede solo la creazione di un fondo di credito a cui si accederebbe nei periodi di disoccupazione, anticipando futuri stipendi: ci viene concesso quindi il privilegio di indebitarci! Ognuno di noi, crediamo, sarà libero di indebitarsi se vuole farlo, oppure potrà preferire utilizzare i propri risparmi, ma crediamo che questo non sia davvero una azione di governo da poter propagandare come “lotta al precariato”!

Nella finanziaria per il 2008, oggetto di animata discussione in questi giorni, all’articolo 92 si proibisce l’uso per le pubbliche amministrazioni di contratti precari di tipo subordinato e per contro si lascia libertà assoluta agli enti di ricerca e alle università nell’uso, invece, di contratti di tipo parasubordinato che siano finanziati con fondi esterni derivanti da progetti! Se l’utilizzo di forme flessibili può essere considerato necessario nella ricerca data l’origine non ordinaria della maggior parte dei fondi che stanno mandando avanti in questi anni la ricerca in Italia (e senza entrare in merito con questa lettera alla effettiva necessità, invece, di incrementare i fondi ordinari della ricerca) chiediamo, però, che se si lascia la libertà nell’uso di forme di lavoro flessibile nel caso in cui siano finanziate con fondi derivanti da progetti, che per lo meno si prescriva l’uso di forme contrattuali di tipo parasubordinato e che si assuma solo ed esclusivamente con contratti di tipo subordinato. Chiediamo che modifiche in questo senso siano apportate al comma 10 dell’articolo 92 del disegno di legge finanziaria del primo ottobre del 2007. Affermiamo, infatti, con forza che non è con le norme che proibiscono l’uso di contratti a termine di tipo subordinato che si attua una seria politica di “lotta al precariato”. I datori di lavoro, pubblici o privati che essi siano, potranno tranquillamente ovviare a questi divieti fino a quando avranno a disposizione forme contrattuali di lavoro parasubordinato assolutamente legalizzate e assolutamente “a buon mercato”.

Un’ultima considerazione. Da più voci ormai sentiamo dire che “il lavoro flessibile è una necessità per lo sviluppo delle società moderne” e sicuramente coloro che lo affermano devono trovarsi in condizioni ben stabili, così da poterlo affermare con tranquillità.

Il punto, però, non è questo, ma è invece un altro. Vorremmo ricordarle, infatti, Professor Prodi, che all’interno della stessa tanto vituperata “legge Biagi” esistevano norme per la tutela dei lavoratori flessibili, tramite l’istituzione di speciali ammortizzatori sociali, e che gli stessi lavoratori flessibili, a parità di mansioni e preparazione, dovevano essere pagati di più dei corrispettivi lavoratori assunti a tempo indeterminato. Lei e il Suo governo sapete benissimo che la realtà dei fatti è ben diversa e non solo quelle parti della “legge Biagi” non sono mai state applicate, ma soprattutto vengono arbitrariamente tenute nascoste alla opinione pubblica italiana, creando una ulteriore mistificazione e disconoscimento a riguardo alla Vostra azione di governo.

Sarà, dunque, nostro impegno quello di rendere pubblica questa lettera aperta con cui vogliamo in primo luogo denunciare la enorme mistificazione che si continua a compiere quando le Vostre azioni di governo vengono proclamate come “lotta al precariato”.

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Una Risposta to “Romano, c’è posta per te”

  1. Terzarea Says:

    Vi segnalo che sul nostro blog, ci occupiamo spesso dei problemi di cui parlate voi: ecco il nostro ultimo post

    UOMINI E CAPORALI

    “Gli effetti vanno dall’insicurezza psicologica, progressiva, allo stress eccessivo e possono seguire gastriti, disturbi cardio-circolatori, problemi nervosi”. Questo frammento è preso da repubblica.it, e non riguarda nuove droghe o una malattia che si è diffusa di recente: no, è l’estratto di un articolo che parla di lavoro precario, e prosegue ricordando che “Prima ci sono contratti a progetto e lavori in affitto; c’è la questione sicurezza, la mancanza in molti casi di strumenti di protezione, la privazione di tutele e la relativa probabilità di infortuni. Perciò la diagnosi è molto seria: il lavoro precario fa male alla salute. Occorrono prevenzione e cura. Quanto prima”. Non si tratta di deduzioni dell’autrice, ma delle conclusioni di uno studio dell’Osha, l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, che ha esaminato i rischi del lavoro temporaneo o a progetto, ormai ampiamente diffuso in tutto il continente.

    Rischi che vanno dai carichi di lavoro troppo pesanti, che il precario non può rifiutare in quanto minacciato di mancato rinnovo del contratto, ai problemi nervosi che può determinare la mancanza di sicurezza verso il futuro, per non parlare del vero e proprio mobbing che i superiori possono, più facilmente, esercitare su chi non è sicuro della propria situazione lavorativa, fino all’assenza quasi assoluta di tutele sindacali e ammortizzatori sociali per gli “atipici”. Abbiamo visto persone che lavoravano come interinali minacciate di licenziamento (ovviamente in maniera “sottile”), solo per aver ipotizzato di iscriversi al sindacato, e nei call center si sprecano le avances sessuali di caposettore e capisala, che magari promettono alle ragazze un rinnovo di tre mesi se si mostrano “gentili” con loro. Tutte cose viste non (solo) nella profonda provincia meridionale, ma nella città di Roma capitale.

    Sembra scontato voler combattere questo stato di cose, a partire da dove si può. Ma non tutti sono d’accordo, specie nel mondo politico. L’attuale opposizione, in massa, considera questi problemi robetta, rispetto all’incremento dell’occupazione che (a suo dire) si è avuto coi contratti “atipici”; ma anche nel centrosinistra, che prima delle elezioni aveva tra le sue parole d’ordine la “lotta al precariato”, sembrano esserci dubbi. In questi giorni, la maggioranza di governo ha proposto un emendamento per la stabilizzazione di molti precari della Pubblica Amministrazione (gli altri è più difficile aiutarli per decreto). Abbiamo già parlato della reazione dell’ex premier ed ex direttore della Banca d’Italia, Lambertow Dini, seguito a ruota dal nuovo campione del Partito democratico Marco Follini, già vicepremier con Berlusconi e ora tra i più vicini a Veltroni.

    Ma il massimo lo ha raggiunto Nicola Rossi, deputato eletto coi Ds e poi uscito dal partito. Appartenente al gruppo dell’Ulivo alla Camera, quindi eletto anche coi voti dei moltissimi precari che hanno scelto il centrosinistra. E’ professore ordinario di Analisi economica presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, facoltà che paga gli stipendi con soldi pubblici; nella sua carriera, recita il sito ufficiale, “ha alternato l’attività operativa all’impegno accademico: fra il 1977 ed il 1980, ha lavorato presso il Servizio Studi della Banca d’Italia e, dal 1986 al 1987, presso la Divisione Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale”. Insomma, è famoso per il suo impegno nel settore pubblico. Nonostante la sua fedeltà allo Stato dei “lacci e lacciuoli”, il primo quotidiano italiano, fatto e stampato coi soldi dei principali gruppi industriali privati, il 5 novembre gli ha dato ampio spazio in prima pagina, per dire che l’eventuale assunzione a tempo indeterminato dei precari della PA sarebbe “la fine dello stato di diritto”. Nientepopodimeno.
    L’articolo è troppo bello per essere riassunto, quindi lo potete leggere in versione integrale qui. Totò si chiedeva, in un famoso film, se fossimo uomini o caporali. Caporali sono molti di quelli che guidano le agenzie interinali, minacciando di licenziamento (o meglio, mancato rinnovo) chi prende un giorno di malattia. Uomini veri sono i “coraggiosi” come Rossi, che hanno il privilegio di poter scrivere le proprie opinioni sul Corrierone nazionale. E gli altri? Ma gli altri sono precari, naturalmente.

    Fateci visita su http://terzarea.splinder.com

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