Docenti a contatto 2: lettera alla Cgil

Questa lettera è stata inviata alla Flc Cgil, in risposta all’ultima iniziativa dei sindacati confederali sulle docenze a contratto.

 

Buongiorno,
sono un professore a contratto che insegna nella Facoltà di Architettura Ludovico Quaroni” dell’Università di Roma “La Sapienza”. Come forse già saprete nella sola facoltà “Quaroni” ci sono 550 docenti a contratto e il problema del precariato è molto sentito.

Negli ultimi mesi ci siamo riuniti, non senza difficoltà, in assemblea, abbiamo incontrato il nostro preside e abbiamo organizzato delle elezioni. Io sono uno dei tre docenti eletti.

Una delle prime cose che abbiamo fatto è stato di raccogliere le mail dei colleghi interessati a muoversi per migliorare le nostre condizioni di lavoro, che definire disagiate è dir poco, e creare quindi una mailing list che attualmente raggiunge 220 persone. Parallelamente siamo entrati in contatto con l’organizzazione Precat, che riunisce i precari della ricerca, e attraverso di loro abbiamo preso contatti con piccoli gruppi di docenti in altre città, nel tentativo di dar luogo ad una rete nazionale, prima di tutto di contatti e quindi di scambio di informazioni.

Oltre ad obbiettivi strettamente locali, la nostra intenzione come prima cosa è quella di organizzare un convegno sui temi relativi alla docenza a contratto da svolgersi a Roma ad ottobre. Avendo preso visione della proposta unitaria di legge da Voi presentata al Ministro Mussi sul reclutamento e il precariato docente dell’università vorremmo entrare in contatto con coloro che l’hanno redatta, per collaborare fattivamente, e sondarne la disponibilità alla partecipazione al convegno di ottobre.

In particolare l’ultima parte dell’articolo xx, ovvero ove si dice: “Coloro che, ad esito di precedenti valutazioni selettive, svolgono attività di didattica e/o ricerca da almeno 5 anni, alla data di entrata in vigore della presente legge, vengono trasformati in contratti a tempo determinato senza preventiva selezione” merita senz’altro una discussione di approfondimento, nella quale ci piacerebbe essere coinvolti.

Il tema è delicato. Infatti la procedura di assegnazione di un incarico di docenza prevede una selezione, e di conseguenza da questa frase si evince che tutti i professori a contratto che hanno un anzianità di docenza superiore ai 5 anni sarebbero, in caso di entrata in vigore della proposta, immediatamente integrati in pianta stabile nell’organico universitario. Benchè io stesso mi trovi nella condizione descritta, credo che questo sarebbe un passaggio traumatico per l’intera Università
Italiana, che rischierebbe il collasso, e che, sempre per citare il documento in questione, ci si ricondurrebbe alla paventata situazione descritta di “blocchi periodici che producono intasamenti e successivi, ricorrenti, sbottigliamenti.”

Oltretutto, non mi è chiara la posizione generale dei sindacati a proposito di noi “Professori a contratto” visto che all’inzio del documento viene fatta una distinzione precisa e si parla di “un bacino di contrattisti e collaboratori, a vario titolo, stimabile in 16.000-17.000 addetti all’attività di docenza e ricerca, escludendo dal computo i circa 40.000 contratti di insegnamento attivati, che rappresentano un mondo ed una tipologia a sé.”

I numeri coincidono con quelli in nostro possesso e mettono in luce che dei circa 55/57.000 professori a contratto circa 1/3 si dedica interamente all’attività Universitaria attraverso contratti e assegni diricerca di vario tipo. 2/3 invece traggono il proprio reddito da altre attività extra-universitarie. l’apertura legislativa che si vorrebbe innescare riguarda tutti i docenti a contratto oppure solo i 16/17.000 che già si dedicano interamente all’Università?

Il nocciolo, oltre che nei numeri, stà anche nel principio di qualità e di selezione che andrebbe sancito da una proposta di legge che sia realmente giusta. Infatti visto che l’Università non paga, attualmente ospita, almeno in parte, coloro che se lo possono permettere e coloro che non trovano di meglio, oltre, naturalmente, ad una serie di persone animate da autentica passione. Il meccanismo dei concorsi al quale tutti noi siamo purtroppo abituati prevede il completo asservimento ad un
professore potente, per un numero imprecisato di anni, come unico iter per l’ottenimento di un ruolo stabile. logico quindi che molti giovani in gamba si sottraggano all’umiliazione e preferiscano una collocazione marginale, a contratto, che permetta il mantenimento di una certa autonomia anche dal punto di vista del reddito extra-universitario.

La questione non è di facile soluzione.

Mi permetto di suggerire due punti chiave, uno che emerge dal Vostro documento e che ho molto apprezzato, è quello dell’introduzione per coloro che si avvicinano ora al mondo della docenza e della ricerca del concetto di tenure-track position, che ricalca positivamente il sistema anglosassone, ovvero il percorso triennale finalizzato all’immissione in
ruolo. lo considero un elemento chiave proprio per non dare luogo ad intasamenti e poi sbloccamenti periodici. la chiarezza del percorso è fondamentale fin dall’inizio. Insieme al ricambio ciclico. In modo che si eviti la contrapposizione fra vecchi, che fanno da tappo, e giovani, che spingono dal basso con enormi difficoltà.

Il secondo punto/suggerimento, che riguarda le situazioni pregresse, è di evitare la proposta di un’immissione diretta dovuta all’anzianità di servizio, e piuttosto di proporre la commutazione dell’insegnamento svolto in un solido punteggio che conti a fini di concorsuali. Questa dovrebbe essere una proposta meno dura e più compatibile con le esigenze di dosare le immissioni e diluirle in un arco di tempo maggiore, e rispetterebbe l’esigenza di fare un’esame più consistente per sancire l’accesso definitivo alla docenza.
Per i docenti a contratto sarebbe già un ottimo risultato alla luce del fatto che attualmente il Decreto Ministeriale 21 maggio 1998, n. 242 dal titolo “Regolamento recante norme per la disciplina dei professori a contratto” all’Art. 2. comma 3 recita: I contratti (…) non danno luogo a diritti in ordine all’accesso nei ruoli delle università e degli istituti di istruzione universitaria statali.
A livello gestionale la fase dei concorsi dedicati potrebbe svilupparsi nell’arco di tre anni. cosi, intanto che il sistema delle nuove immissioni arriva a maturazione, potrebbe essere risolta l’attuale aspettativa di stabilizzazione, oppure, se necessario, essere diluita ancora in un secondo triennio in cui possano coesistere i due sistemi di immissione.
Il presupposto alla base di entrambi è che di pari passo si proceda ad uno svecchiamento generale, senza il quale risulterebbe vano ogni metodo di immissione, perchè non sostenibile.

Vi saluto nella speranza di poter aprire a ottobre un tavolo di confronto in cui finalmente i sindacati, il ministro, coloro che hanno partecipato a scrivere la riforma dell’Università, la conferenza dei rettori e alcuni presidi possano incontrarsi per cercare una soluzione comune ai problemi che, oltre che riguardare una parte importante delle forze intellettualmente vive di questo paese, rappresentano un pezzo di futuro per tutti.

Cordialmente


Gianluca Adami

coproco.architettura@gmail.com

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Una Risposta to “Docenti a contatto 2: lettera alla Cgil”

  1. Luca Says:

    Lettera condivisibile, alla quale aggiungerei alcuni brevi spunti di riflessione:

    1) siamo sicuri che l’avvio di una procedura di stabilizzazione provocherebbe “blocchi periodici che producono intasamenti e successivi, ricorrenti, sbottigliamenti”? Attualmente in ogni gruppo di ricerca lavorano in media 3-4 ricercatori precari che nella situazione attuale avranno in quasi tutti i casi il “loro” concorso prima dei colleghi piu’ giovani. Quanti anni resterebbe bloccato un neolaureato che si inserisse al 4°-5° posto di questa fila, tenuto corso che un concorso ogni tre anni per uno stesso gruppo di ricerca è anche troppo? Quanto resterebbe bloccato invece se i suoi colleghi piu’ anziani fossero tutti stabilizzati entro i prossimi 3-4 anni? Non avendo numeri in mano non saprei rispondere, ma mi sembra che l’imbottigliamento ci sia gia’.

    2) La “commutazione dell’insegnamento svolto in un solido punteggio che conti a fini di concorsuali” deve essere presa con le molle, perche’ non tutti i precari svolgono attività didattica, non per demerito, ma perche’ alcune facoltà hanno rapporti docenti/studenti elevatissimi.

    3) Bisognerebbe decidere se proporre stabilizzazioni progressive in base alla anzianità di servizio (e al curriculum) o di immissioni mediante concorso, tenuto presente che (e non è qualunquismo) per come si svolgono i concorsi nell’università italiana, questa seconda opzione non porterebbe ad immissioni meritocratiche, ma mafiose.

    4) Capitolo finanziario: il costo economico di una stabilizzazione massiccia sarebbe elevato, ma tenuto conto che nei prossimi 10 anni ci saranno una valanga di pensionamenti, una soluzione: si stabilisce che tutti i contratti precari (ovviamente imponendo qualche requisito stringente tipo i cinque o i tre anni di precariato, un tot di ore di insegnamento o di pubblicazioni) saranno sempre automaticamente rinnovati alla loro scadenza, cosa che avrebbe costo praticamente nullo ed eliminerebbe la condizione di incertezza che e’ l’aspetto peggiore del precariato e si comincia a stabilizzare seguendo un ordine stabilito (in base ad anzianità, curriculum, servizio prestato o quello che verrà deciso) nel tempo che serve a mano a mano che pensionamenti, stanziamenti ad hoc o trasferimento di fondi da altri capitoli di spesa lo renderenno possibile.

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