Ieri, oggi e domani a contratto

Il ministro Mussi aveva annunciato la sua manovra innovativa: divieto di superare il 50% di docenti a contratto (leggasi: precari, malpagati e pagati in ritardo di anni). Un limite altissimo e – per di più – con un tempo lungo per adeguarsi alla normativa (il decreto sarebbe diventato realmente cogente nel 2010). Ma la Corte dei Conti ha bloccato il provvedimento, per misteriosi problemi di applicazione, in particolare alle “università telematiche”.

Oggi il problema è affrontato sull’arancione “Riformista”, attraverso un editoriale del professor Alessandro Figà – Talamanca. Uno potrebbe pensare che la presenza massiccia di docenti a contratto rappresenti un problema per chi quei corsi li tiene, pagato magari 200 euro per un semestre.

E invece no. Secondo l’arguto Figà-Talamanca il problema è per gli studenti, che si trovano davanti docenti impreparati, magari senza un dottorato di ricerca!

“Il dubbio che in molti casi si tratti di persone che non hanno mai avuto una vera esperienza di ricerca originale è più che legittimo”.

E Figà-Talamanca ha anche la soluzione:

“I corsi di laurea i cui insegnamenti di base e caratterizzanti sono tenuti da personale che non ha raggiunto almeno le qualificazioni equivalenti a un dottorato di ricerca europeo non dovrebbero essere riconosciuti dal ministero, o dovrebbero essere segnalati agli studenti come carenti dei requisiti minimi che qualificano un’università”.

Insomma il problema principale, per alcuni professoroni, non è un’università gestita in larga parte con docenti sottopagati e iperprecari, in cui sia la ricerca che la docenza sono svolte da co.co.co. e borsisti di vario genere, ma il fatto che alcuni docenti a contratto “non hanno raggiunto almeno le qualificazioni equivalenti a un dottorato di ricerca”.

E’ possibile che il problema del precariato siano sempre e soltanto i precari? Si può ribaltare la prospettiva?

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