Precari della ricerca in Spagna

Com’è la situazione dei nostri omologhi spagnoli? Difficile dirlo. E’ vero che Zapatero ha investito in ricerca? Partiamo dal fatto che dal 2000 all’incirca si è formata, come in Italia la RNRP, una rete di precari della ricerca in tutta la Spagna. La rete ha preso il nome di “Federación de Jovenes investigadores” (Federazione di giovani ricercatori) e ha un sito internet di riferimento: precarios.org. Sono dottorandi, dottori di ricerca e post-dottorandi.

Della federazione fanno parte gruppi di precari sparsi in tutta la Spagna. Per esempio ci sono i precari dell’Istituto nazionale del carbone di Oviedo, oppure i precari della capitale (Madrid), quelli della Galizia, il gruppo Innova di Salamanca, il gruppo di Valencia, la AEDEBI (dell’Extremadura), l’ABIJIA dell’Aragona, l’AJIL dell’Università di León, l’EuskobekAdunak (ovviamente dei paesi baschi). Alcuni sono molto attivi, altri non fanno attività da molto tempo. Quanti sono questi “giovani ricercatori”? Secondo le stime dei precarios sono circa 25mila. Una delle rivendicazioni più importanti dei precari della ricerca spagnoli è quella di essere considerati “lavoratori” e non para-studenti: un problema comune ai nostri dottorandi. Un’altra rivendicazione recita “nessun ricercatore senza contratto”. Anche il lavoro in nero pare essere un tratto comune per la ricerca, in Spagna come in Italia.

Ultimamente la federazione ha condotto, con l’aiuto della CEF (Centro de estudios financieros) una ricerca su un gruppo di 250 precari aderenti alla federazione stessa.

La parola che meglio riassume i risultati dell’indagine è “demotivazione“, causata dalle “basse aspettative professionali”. Traduciamo da un articolo che espone e spiega l’inchiesta: “Nonostante un lungo processo di formazione e l’ottenimento del titolo di dottore di ricerca non è facile trovare uno sbocco professionale. L’età media di chi ottiene un posto a tempo indeterminato in un centro di ricerca pubblico è di 40 anni. Perciò molti scelgono di continuare la carriera fuori dalla Spagna“. Dal settore privato nessuna buona notizia: lì gli investimenti sono sostanzialmente inesistenti.

C’è anche molta delusione per il governo socialista, che si presentava come alternativo, almeno per quanto riguarda la ricerca, al precedente decennio dominato dai popolari di Aznar: anche questo aspetto ricorda qualcosa dell’Italia. L’unico lato positivo evidenziato dall’inchiesta è l’opportunità costituita dalla rete di precari: grazie all’attività parasindacale molti giovani ricercatori hanno cominciato a collaborare attivamente anche in ambito scientifico, sopperendo così a molte carenze di collegamento ufficiali tra realtà di ricerca spagnole. I giovani ricercatori precari organizzano fra l’altro ogni anno le “giornate dei giovani ricercatori” (2005, 2006) oppure, come quest’anno, la giornata della ricerca precaria, con tanto di concerto.

I precari della ricerca spagnoli sono scesi in piazza più volte. Per esempio nel 2003, nel 2004, nel 2005 e nel 2006. Hanno accusato il governo di voler creare precari di serie A e di serie B. Eppure qualche vittoria l’hanno ottenuta i precari spagnoli: nel 2005 è stato garantito il trattamento pensionistico ai dottorandi di terzo e quarto anno e nel gennaio 2006 anche ai dottorandi di primo e secondo anno. Inoltre il governo Zapatero si è impegnato a mantenere gli attuali precari in servizio. Insomma le cose non vanno così diversamente che da noi. Chissà: forse scambiarsi informazioni può essere un utile primo passo.

Intervista ai giovani precari (es) | il manifesto dei ricercatori precari spagnoli (es) | puto becario (blog di scienziati persi in un laboratorio) |

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