Ateneo, la giungla dei lavoratori precari

Sull’incidente ad Adriano, precario della ricerca a Bologna, riportiamo un articolo dall’Unità del 3 giugno (edizione bolognese)
Ateneo, la giungla dei lavoratori precari

I medici non sciolgono la prognosi su Adriano Cocchi, ferito da uno scoppio in laboratorio
di Pier Paolo Velonà/ Bologna

Rimarrà in prognosi riservata fino a domani, Adriano Cocchi, chimico co.co.co. ferito venerdì dall’esplosione di una provetta durante un esame di laboratorio alla Facoltà di agraria. Una delle mani è irrimediabilmente compromessa, l’altra potrebbe recuperare la mobilità. E ancora nessuna luce è stata fatta sulle cause dell’incidente. «I locali sono ancora sotto sequestro e non abbiamo potuto effettuare un sopralluogo», dice il prorettore Luigi Busetto, a capo della commissione incaricata dal rettore Pier Ugo Calzolari di chiarire l’accaduto. Aggiunge Busetto: «Imprevisti del genere possono accadere per inesperienza o disattenzione, sebbene non fosse il caso di Cocchi». Il chimico aveva alle spalle una lunga esperienza e il sogno di lavorare all’università: per questo aveva accettato un contratto di 900 euro al mese.


Una situazione abbastanza comune, all’Alma mater di Bologna. Sono 6mila i precari che lavorano presso l’Ateneo: borsisti, collaboratori, specializzandi, docenti pagati a contratto, E tecnici amministrativi come Cocchi. «Un anno fa abbiamo chiesto all’Alma Mater una mappatura completa del precariato universitario, ma non ci è stata data. Ce la siamo ricostruita per conto nostro», dice Nunzia Catena della Flc che spiega come, presso l’Ateneo, il numero dei precari sia pari a quello degli assunti a tempo indeterminato. Secondo le stime della Cgil, sono circa 1200 i ricercatori a termine, 600 gli assegnisti a progetto e 1500 i professori a contratto che tengono uno o due corsi all’anno. C’è poi la serie pressocchè infinita di figure professionali racchiusa nell’asettica definizione di «personale tecnico amministrativo», che va dai segretari agli infermieri, dai tecnici informatici agli operatori sanitari. 2800 di loro sono assunti a tempo indeterminato, un centinaio a tempo determinato – per un anno – e 560 sono co.co.co. Molti hanno alle spalle un dottorato di ricerca e a qualcuno viene concesso di svolgere un minimo di attività didattica. «Ma mentre chi è assunto a tempo determinato ha dovuto superare un concorso, il reclutamento dei co.co.co. segue vie più misteriose e il compenso varia a seconda dei casi», dice Nicola Brunelli che segue il mondo dei tecnici-amministrativi per conto della Flc. Anche se, aggiunge, «c’è chi arriva a prendere 2mila euro al mese e per questo preferisce rifiutare un contratto più stabile. Chiediamo una stabilizzazione: il settore pubblico non può essere trattato come il privato». L’urgenza, adesso, è assicurare un futuro a Cocchi, che, in caso di perdita degli arti, difficilmente potrebbe riprendere a svolgere la sua professione. «Chiediamo che non debba pagare le conseguenze di essere un co.co.co. Vigileremo anche sui lavori della commissione d’inchiesta».
Il prorettore Busetto invita però a non collegare automaticamente la fatalità accaduta con lo status di lavoratore precario. E sui dati offerti dai sindacati commenta: «L’università segue percorsi particolari. Se chiunque ha una borsa di studio è un precario, allora ce ne sono milioni in tutto il mondo». Purchè però quella borsa di studio non duri fino a 49 anni.

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