Se la difesa dell’ambiente è «precaria», il «privato» si sente le mani più libere

il Manifesto L’abuso delle «convenzioni» svuota ministero e istituti di ricerca, con funzioni pubbliche affidate a società private. Sei lavoratori su dieci hanno un contratto «atipico». I precari stanno tutti male nello stesso modo, dovunque lavorino. Ma chi li usa a volta ci guadagna, altre volte nemmeno tanto. Un solo soggetto, se usa lavoro precario, ci rimette sia sul piano economico che su quello funzionale: il «pubblico», lo stato.
Sorge perciò la domanda: perché lo fa? I dipendenti del ministero dell’ambiente hanno spiegato ieri – in un convegno al Senato organizzato da Sinistra democratica e Rifondazione – una serie di meccanismi che rispondono meravigliosamente alla domanda, delineando uno scenario che va al di là delle più fosche previsioni. Parliamo del dicastero che dovrebbe monitorare l’Italia e sorvegliare l’applicazione di una serie di normative internazionali e nazionali per rispettare i protocolli di Kyoto, esprimere pareri, emanare certificati di compatibilità ambientale, ecc. Funziona con poco più di 1.100 dipendenti e i precari sono in rapporto uno a uno con gli «stabilizzati». Stessa situazione all’Apat (agenzia per la protezione dell’ambiente) e ancora peggio all’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare), dove ci sono 4 precari per ogni dipendente (appena 61; uno ogni 100 km di coste).

E’ un sistema dove, dopo un anno di nuovo governo, «non è cambiato niente»; vertici precari (un commissario rinnovato ogni tre mesi), incertezza sulle risorse e sugli indirizzi. Il ministero dell’ambiente dovrebbe controllare e garantire atti di interesse generale. Sulle infrastrutture è stato fatto l’esempio della valutazione ambientale sella Tav in val di Susa, effettuata da alcuni commissari con l’apporto di collaboratori esterni scelti in una società privata che collabora spesso con i costruttori di grandi opere (nel controllo opera perciò personale potenzialmente «intimo» con i «controllati»). La bonifica dei siti inquinati è affidata quasi esclusivamente a personale precario, così come il comparto delle energie rinnovabili e quello della mobilità sostenibile (un solo «stabilizzato», un dirigente). Quasi tutto avviene tramite «convenzioni» con società pubbliche o private. Sono loro ad assumere i precari che poi lavorano per anni all’interno degli uffici pubblici, sempre con le stesse funzioni e nella stessa postazione; ma ruotando anno dopo anno, o semestralmente, da una «convenzione» all’altra. Facile immaginare quanti «consigli interessati» si materializzino, in prossimità dei rinnovi di contratto a termine, su come risolvere questioni «spinose». Un intervenuto ha spiegato esplicitamente che «le convenzioni veicolano i poteri forti all’interno del ministero, condizionando tutto l’apparato». Di più: «chi controlla le convenzioni di fatto controlla le politiche ambientali». La commistione di interessi tra pubblico e privato non potrebbe essere più esplicita (e pericolosa) di così.
A partire dal 1999 il meccanismo delle convenzioni si è allargato a dismisura, ampliando il numero dei precari e minando l’autonomia e l’indipendenza sia del ministero che degli istituti collegati. Alcuni dei precari coprono funzioni praticamente direttive, con responsabilità finanziarie anche considerevoli. E «il bello» è che tutto questo marchingegno non serve neppure a spendere di meno. Anzi, il costo delle convenzioni è praticamente doppio rispetto a quello che si avrebbe occupando la stessa quantità di persone in qualità di funzionari statali (va sempre ricordato che per l’accesso alla «funzione pubblica» sarebbe obbligatorio passare per un concorso e un «giuramento»).

«Il paradosso fondamentale è questo: la difesa istituzionale dell’ambiente è una funzione per definizione ‘pubblica’, e non può essere svolta da un ‘privato’ che ha per unico obiettivo il profitto». Il «pubblico» dovrebbe insomma svolgere una funzione «arbitrale» in grado di temperare gli appetiti di profitto dei tanti «privati» e renderli compatibili con la sopravvivenza della specie. La «precarizzazione» spinta della «funzione pubblica» serve perciò a creare (guadagnandoci già in questa fase) una condizione di perenne ricatto con cui condizionare una «classe arbitrale» chiamata a dirimere dubbi che valgono patrimoni (come le emissioni nocive da abbattere, cui le imprese si oppongono). Qualcuno glielo dica: Moggi non era che un dilettante, al confronto.

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