Quando la fisica non è neanche sbagliata

Luca Tomassini per “il Manifesto” (19.5.07). Negli Stati Uniti la crisi della repubblica della scienza è scandita da ipotesi fantasione e aspra lotta per avere finanziamenti. Ciò dovrebbe far meditare i nostrani sostenitori della abolizione dei concorsi universitari a favore della valutazione di «indiscutibili» meriti nella attività di ricerca.

Neanche sbagliata , non poteva essere più esplicito il titolo del libro che il matematico statunitense Peter Woit – in questi giorni a Trieste per partecipare al Festival dell’editoria scientifica – ha dedicato alla teoria delle stringhe, fino a oggi considerata la costruzione teorica con le maggiori possibilità di realizzare l’unificazione della meccanica quantististica relativistica con la gravità. Ed è davvero una buona notizia che Codice edizioni abbia deciso di offrire alla conoscenza dei lettori italiani un testo che negli Stati Uniti ha finalmente innescato una discussione tanto violenta quanto necessaria.

Lettore presso la Columbia university di New York ma laureato a Harvard, Woit ha vissuto in prima persona quell’esplosione di interesse della comunità dei fisici per la teoria seguita nel 1984 alla cosiddetta «rivoluzione delle superstringhe». Una rivoluzione che, sottolinea Woit, lasciava senza risposta i principali interrogativi concernenti il carattere di scientificità della teoria stessa. Perché, sottolinea, non solo nessuno è mai riuscito a ricavare dalla teoria una previsione verificabile sperimentalmente ma addirittura è la questione della sua stessa esistenza (in termini matematicamente rigorosi) a rimanere del tutto aperta. Meritoriamente Woit non indietreggia di fronte alla necessità di un’esposizione di livello decisamente più elevato della grande maggioranza dei testi divulgativi sul tema, dedicando interi e talvolta complessi capitoli alla storia della teoria dei campi e in particolare della sua più avanzata conquista, il cosiddetto Modello standard.

Una lettura impegnativa, dunque, ma finalmente del tutto scevra della fin troppo diffusa e stucchevole tendenza a parlare di scienza giocando a stupire il lettore inesperto con presunte e strane meraviglie. Un aspetto assolutamente centrale nell’operazione culturale e scientifica che questo libro realizza, come appare evidente nei capitoli finali, sostanzialmente dedicati al tentativo di rispondere alla più importante delle domande: come è stato possibile un simile successo, di pubblico e universitario, per una costruzione talmente claudicante da essere definita «un’insieme di speranze sull’esistenza di una teoria»? Woit dedica pagine estremamente interessanti a una valutazione tecnica dei suoi risultati, ma sottolinea a più riprese che la principale motivazione «scientifica» risiede nel suo essere per il momento the only game in town , l’unico gioco disponibile. E questo rimanda immediante a fattori più propriamente sociologici, spingendo l’autore a porsi interessanti e inquietanti interrogativi su un corto circuito che ha per vent’anni neutralizzato i meccanismi di controllo della «repubblica della scienza».

Ecco allora fare capolino negli ultimi capitoli i troppo spesso trascurati ingredienti di quella che potrebbe essere definita «politica accademica»: la lotta spietata per occupare cattedre universitarie, la produzione di divulgazione spazzatura volta a costruire un favore che possa convincere i manager degli atenei statunitensi della certezza di lauti ritorni pubblicitari, la partigianeria che ha messo a durissima prova ogni meccanismo di verifica di qualità. Esemplari a questo proposito le pagine dedicate al famoso caso dei fratelli Bogdanov, veri e propri impostori che alcuni anni fa riuscirono a pubblicare su importanti riviste di fisica articoli senza senso per conquistare un dottorato di ricerca. Una sorta di beffa di Sokal per scienziati, che dovrebbe far meditare i nostrani sostenitori della abolizione dei concorsi universitari a favore della valutazione di «indiscutibili» meriti nella attività di ricerca.

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Una Risposta to “Quando la fisica non è neanche sbagliata”

  1. http://rivoluzioneitalia.blogspot.com/ Says:

    Sarei curioso di vedere un confronto (con tutte le dovute normalizzazioni) fra il numero di impostori nostrani verso quelli internazionali.
    Anche perchè da noi la “politica accademica” non è solo rumore di fondo, un ingrdiente trascurabile, un dettaglio… è l’unica arte coltivata da una grossa fetta di strutturati (non tutti cmq)!!!

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