Mussi, per la ricerca non è stato fatto nulla

Un altro articolo preparatorio della manifestazione di domani 11 maggio è uscito oggi con il quotidiano “Liberazione”. Eccolo:

Mussi, per la ricerca non è stato fatto nulla

A Palazzo Chigi si sostiene che l’impopolarità va messa in conto quando si compiono scelte strategiche che producono benefici solo sul lungo periodo. La giustificazione è smentita dalle pessime condizioni in cui versa il cuore pulsante di ogni “grande progetto riformista”: la scuola, l’università, la ricerca. Lì occorre investire subito, se si vuole ottenere qualche risultato in futuro, ma dal ministero dell’Economia è giunto un messaggio chiaro: il rilancio economico passa per la stretta via della riduzione della spesa pubblica. Ferrea determinazione, forse gradita a Bruxelles e agli istituti finanziari, ma che certo non affronta lo stato di precarietà permanente del sistema produttivo italiano e ne mina la capacità di innovazione.

L’avarizia del ministro Padoa-Schioppa, evidentemente poco impressionato dalle minacce di dimissioni reiterate da Fabio Mussi, ha imposto un ulteriore taglio al finanziamento strutturale degli atenei e agli enti di ricerca, al punto che ormai interi progetti di ricerca vengono abbandonati dalle équipe italiane. Per il programma di assunzione dei precari sono state destinate risorse trascurabili; all’università (esclusa dal programma) è andata ancora peggio. Il ministro Mussi, sicuramente molto impegnato, ha lasciato il settore in balìa degli interessi particolari, come dimostrano i provvedimenti emanati di recente dal ministero. Sulla nuova Agenzia di valutazione della ricerca e dell’università, basti ricordare che riesuma un progetto del governo scorso: vincolando il finanziamento di domani alla produttività di oggi, produrrà necessariamente università di serie A e di serie B poiché preclude ogni ambizione di miglioramento agli atenei che versano nelle condizioni di maggiore sofferenza. Come se l’Italia non avesse più bisogno di istituti formativi forti proprio nelle zone economicamente meno sviluppate. I ricercatori assunti con la procedura di concorso appena varata, inoltre, saranno cooptati da commissioni tutte interne all’ateneo di destinazione. La nuova formula aumenta dunque il potere d’arbitrio dei potentati locali, invece di aumentare la trasparenza dei concorsi e aprirli agli outsider senza raccomandazioni. Anche in questo caso, la “riforma” rinvia ulteriormente il rinnovamento dell’università. Approfittando di questo clima da restaurazione, diversi atenei stanno persino modificando il proprio statuto per garantire ai rettori l’allungamento degli incarichi.
Lunga vita anche all’organizzazione “3+2” della didattica: fu al centro dell’opposizione studentesca a Letizia Moratti, ma da allora non è più in discussione. A metà maggio i ministri europei ne discuteranno per verificarne mancanze e successi: quale posizione porterà il governo? Non è dato sapere: come Moratti, anche l’attuale ministro non ha avviato un reale processo di valutazione del “3+2”, nonostante le promesse e le richieste degli studenti. Se il nuovo progetto politico di Mussi cerca ascolto a sinistra, difficilmente ne troverà nelle aule e nei laboratori.
La consapevolezza che il problema della precarietà nella ricerca è ancora tutto da risolvere ha indotto a forme di mobilitazione a cui non si era assistito nemmeno durante il passato governo, come il recente sciopero “selvaggio” dei precari dell’Istituto nazionale di astrofisica che ha contribuito alle dimissioni del presidente e al commissariamento dell’ente. Ma basta leggere la lunghissima lista delle adesioni alla manifestazione dei precari della ricerca di domani al ministero dell’Economia per rendersi conto di quanto sia diffusa l’insoddisfazione. L’iniziativa, che chiede un investimento serio nell’università e nella ricerca contro i tagli e la precarietà, nasce da una rete a cui sono bastati pochi giorni per trovare parole comuni per il proprio disagio, aggregando un consenso largo anche presso le organizzazioni sindacali e politiche più “robuste”. E suggerisce qualche considerazione di ordine più generale. La modernizzazione del Paese, secondo Padoa-Schioppa e i suoi colleghi in ogni governo, è possibile solo se ci si abbandona al mare magnum di una società senza tutele ma densa di “opportunità” offerte a tutti: il lavoro cognitivo avrebbe tutto da guadagnare. Il precariato intellettuale, protagonista designato di questo eldorado, si sta però accorgendo che le forze motrici del capitalismo italiano non sanno letteralmente che farsene dei saperi. La “distruzione creativa” di cui si vagheggia è dunque nemica della società della conoscenza, che infatti rischia di morirne ancor prima di nascere. Al contrario, un presupposto della valorizzazione della conoscenza (oggi è un costo) è proprio l’allargamento delle garanzie sociali. Ce lo insegna il nord scandinavo in cui tutele, redistribuzione fiscale, innovazione tecnologica e dinamica economica sono tutte più elevate che in Italia e convivono piuttosto bene. Roba dell’altro mondo, l’Europa.

Andrea Capocci, 10/05/2007

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: