Il Manifesto: repetita iuvant

Oggi l’intera pagina 9 del quotidiano “il Manifesto” è dedicata alle questioni dell’università.

Sono 3 articoli che potete leggere alla fine di questo post. Parlano di argomenti già ampiamente noti, ma fa sempre bene dare una ripassata.

Il primo parla della presunta rivoluzione di Mussi, di cui parlava anche Aprile on line nell’articolo citato nel post precedente. Anche qui si parla di 4.000 posti, ma non ci sono gli addendi della somma.

Il secondo invece si occupa della questione delle buste paga diminuite, di cui già più volte si è scritto su questo blog.

Il terzo infine parla del mancato versamento all’Inps dei contributi da parte di molte università. Al contrario che nel trafiletto apparso ieri (mercoledì), oggi il manifesto cita correttamente la gerarchia delle fonti: prima le Iene, poi la Cgil.

Continua per leggere gli articoli dal manifesto di oggi (5 aprile 2007):


Atenei, la «rivoluzione» Mussi
Concorsi anonimi per i ricercatori, stop alle «lauree facili». Accademie parificate. Epifani: «Il governo finora ha fatto poco». Panini (Flc): «Contratto unico anti-precarietà»
Antonio Sciotto
Roma
Il ministro dell’Università Fabio Mussi annuncia una vera e propria «rivoluzione» nel reclutamento degli atenei, per evitare in futuro i casi di cattedre truccate e «Concorsopoli». Il ministro ha esposto la sua proposta, anticipando un disegno di legge del governo che sta approntando, nel corso del convegno dei conservatori e delle accademie organizzato ieri dalla Flc Cgil. Mussi è partito da quanto finora fatto per mettere ordine negli atenei: «Abbiamo già fermato la proliferazione delle università, passate in pochi anni da 45 a 90, e delle sedi – circa 360 per 105 province. Non si può avere una sede in ogni condominio, piuttosto mettiamo i giovani nelle condizioni di potersi spostare e studiare fuori, anche per fare esperienza in altre città». Inoltre, il governo ha stoppato le «università telematiche» – «erano già 12 quando sono arrivato, ne ho respinto altre 5» – e bloccato quel pessimo costume che si era diffuso con l’esecutivo Berlusconi di riconoscere speciali «crediti» a impiegati dei ministeri, ento locali o giornalisti, che così accedevano a lauree facili. Insomma, si deve cercare di evitare la «liceizzazione» delle facoltà, assicurando il diritto di studio a tutti ma anche la qualità.
Gli interventi annunciati riguardano invece il reclutamento dei ricercatori: Mussi vuole separarlo dall’avanzamento di carriera, in modo da sottoporre i ricercatori a periodiche verifiche, con le promozioni che a questo punto non sarebbero più automatiche. Quanto ai concorsi, si elimineranno scritto e orale e i ricercatori verranno valutati anonimamente da commissioni internazionali, sottoponendo loro titoli, lettere di presentazione e seminari. Dopo l’assuzione ci sarà un’altra verifica, che confermerà o farà decadere il ricercatore. Un metodo che, una volta sperimentato, «potrà essere esteso anche ai docenti associati e ordinari». Inoltre, per Mussi bisogna ridurre i settori disciplinari dagli attuali 370 a una novantina (che è poi la media europea), prolificati per vestire a pennello i bandi di concorso sulle persone che si vogliono assumere.
Il ministro aveva anticipato la riforma al quotidiano Il Messaggero, che ieri offriva una mappa della docenza in Italia: 61.930 sono i docenti universitari, di cui 19.826 ordinari, 19.045 associati e 23.059 ricercatori. I lavoratori precari delle università invece vengono quantificati in 87.985: 48.797 professori a contratto, 21.620 impegnati nel tutorato e 17.568 collaboratori.
Resta irrisolto il tema risorse: ancora troppo poche. Mussi spiega che per le assunzioni in finanziaria ci sono 20 milioni quest’anno, 40 per il 2008 e 80 per il 2009, a cui si aggiungono 37,5 milioni per gli enti di ricerca: porterebbero alla stabilizzazione di 4 mila precari, anche se lui punterebbe a 9-10 mila.
Il convegno di ieri puntava a velocizzare l’applicazione della legge 508, di sette anni fa, che avrebbe dovuto in teoria parificare conservatori e accademie agli atenei. Mussi ha annunciato che porterà a compimento la riforma, «parificando accademie, conservatori e atenei su accreditamento, valutazione dei titoli e percorsi didattici»
Il leader Cgil Guglielmo Epifani ha ribadito l’invito al governo fatto la settimana scorsa: «La conoscenza sia centrale, l’esecutivo mantenga le promesse fatte. Sull’Università il governo ha molto ascoltato e poco realizzato. L’occasione è nel prossimo Dpef, nella manovra e nell’uso del “tesoretto”». Il segretario Flc Cgil Enrico Panini fa tre precise richieste al ministro della Funzione pubblica Luigi Nicolais: «Riconosca che quanto previsto in finanziaria sulle stabilizzazioni riguarda anche il settore dell’Università e conoscenza; lo attui velocemente; estenda al settore il memorandum del pubblico impiego, come si era impegnato a fare. Sui precari, bisogna regolarizzare non solo i tempi determinati, ma anche i collaboratori in varie forme. E dobbiamo arrivare a un unico tipo di contratto a termine, in modo da contrattualizzare tutti in futuro».

La finanziaria ha tagliato anche le buste «precarie»
An. Sci.
Guido (usiamo un nome di fantasia per tutela della privacy) è dottorando di ricerca in Neuroscienze presso la Facoltà di Medicina di Ancona. Fino a oggi sono state analizzate sui giornali le buste paga dei lavoratori dipendenti – in particolare quelle degli operai di Mirafiori – per notare come spesso quanto definito in finanziaria abbia penalizzato alcuni contribuenti delle fasce basse, soprattutto i single (chi ha figli a carico, infatti, può recuperare qualcosa di più grazie alle detrazioni legate al cuneo fiscale, che sono state declinate in chiave «familista»). Leggendo però alcune buste paga dei lavoratori precari – in questo caso i dottorandi – si vedono perdite nette di «salario» anche per loro.
Guido ci mostra dunque la busta paga di dicembre 2006 e quella di gennaio 2007. Bisogna specificare che quella del dicembre 2006 è «doppia», è cioè riferita anche a novembre 2006, perché fino alla fine dell’anno scorso il suo Ateneo pagava le borse ogni due mesi. La busta di novembre e dicembre riporta un netto di 1.653,54 euro (che dunque, divisa a metà, porta a 826,77 euro per ciascun mese); la busta di gennaio registra invece un netto di 811,23 euro, pari insomma a ben 15,54 euro in meno. Una bella cifretta, per chi ha un introito mensile sugli 800 euro.
Chi ha sottratto 1 15,54 euro a Guido? E’ la nuova aliquota Inps, che, come si può leggere nella stessa busta, è passata da 6,067 a 7,833: così Guido verserà all’Inps non più 53,39 euro al mese, come l’anno scorso, ma 68,93. Saranno pure prestazioni in più, a fronte, ma certo non si può dire che il governo sia venuto incontro ai precari: non equipara retribuzioni e contributi ai dipendenti, e fa pagare loro un aggravio di contributi, versati oltretutto alla cassa separata Inps, quella dei «paria», dei lavoratori di serie Z senza diritti.
E Guido non è certo un caso unico, l’aliquota vale per tutti e lui ci conferma che altri colleghi di diversi Atenei hanno avuto la stessa sgradita sorpresa. «Chi ha altri redditi può recuperare con la dichiarazione fiscale, perché il governo, per compensare, ha aumentato la base deducibile», spiega Roberto D’Andrea, del Nidil Cgil. «Ma un dottorando che non ha altri redditi non può fare la dichiarazione, perché è esente Irpef, e dunque quanto è stato perso con l’aumento dei contributi non si può recuperare a fine anno».

Università, spariti i contributi di assegnisti, borsisti e cococò
Le università li versano in blocco, senza indicare i nominativi. E non risultano pagati. Cgil: «Risposte subito»
An. Sci.
I contributi di molti lavoratori precari delle università – assegnisti, dottorandi, cococò – sono letteralmente scomparsi. O meglio, sarebbero stati versati all’Inps in modo cumulativo, senza indicare i nomi cui sono riferiti. In pratica, se l’assegnista di ricerca Mario Rossi chiede la propria posizione alla gestione separata Inps, questa potrebbe rispondere: non abbiamo contributi versati a suo nome. E’ quello che è successo a diversi precari in molti atenei italiani – la Flc Cgil cita i casi della Federico II di Napoli, della Sapienza di Roma, le università di Catania e Messina -ma non si esclude affatto che il fenomeno sia ben più diffuso. Il sindacato non esclude che addirittura alcuni Atenei possano aver omesso i pagamenti, o versato cifre più basse del dovuto. Il caso, tra l’altro, è emerso grazie a un servizio televisivo delle Iene,.
Abbiamo sentito uno dei lavoratori, per farci spiegare meglio la situazione. Alessandro A. lavora come «prestatore d’opera» (assimilato fiscalmente ai cocoprò) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II di Napoli. «Faccio contratti di 45 giorni rinnovati ogni 4 mesi, riesco a guadagnare circa 8400 euro netti l’anno. L’anno scorso erano 8800, ma quest’anno sono aumentati i contributi (su questo problema, vedi articolo a fianco, ndr)». «Quest’anno – continua Alessandro – ho ricevuto il consuntivo della gestione separata Inps, dove venivo informato che risultava il versamento dei contributi dal 1998 al 2002. Mentre dal 2003 a oggi non ci sono contributi versati a mio nome. Le date non sono casuali: fino al 2002 ho fatto il dottorato a Perugia, e lì versavano. Dal 2003, cioè da quando lavoro a Napoli, per l’Inps non esisto più». Penalizzate sono soprattutto le lavoratrici in maternità, che hanno bisogno di una copertura subito.
I precari di Napoli avrebbero saputo in via informale che il ministro dell’Università Fabio Mussi ha già inviato degli ispettori. Mussi ieri ha dichiarato che «il ministero sta facendo dei controlli e si prende alcuni giorni per dare una risposta».
Il segretario della Flc Cgil, Enrico Panini, afferma che il sindacato mette in campo due interventi: «Innanzitutto stiamo scrivendo una lettera a tutte le università italiane, per chiedere dei chiarimenti. Poi stiamo invitando gli assgnisti, i cococò, i dottorandi a chiedere la propria posizione contributiva alla gestione separata dell’Inps, e mettiamo a disposizione le sedi della Flc e i patronati Inca per alleviare lo stress delle pratiche». Panini aggiunge che «è bene conoscere la propria posizione al più presto, perché più si ritarda più la ricostruzione è difficile. Oltretutto, sembra ci siano anche casi di omessi versamenti. E non vorremmo che le cifre forfettarie versate per tutti siano infeririori al dovuto: in quel caso è chiaro che le Università dovranno pagare le differenze e le relative multe». Anche il Nidil Cgil, categoria dei lavoratori precari, si è attivato, inviando una lettera al ministro del Lavoro Cesare Damiano, per quanto concerne l’Inps, al ministero dell’Università e un ordine del giorno al Comitato Inps.

2 Risposte to “Il Manifesto: repetita iuvant”

  1. http://rivoluzioneitalia.blogspot.com/ Says:

    chissà perchè proprio il secondo non è stato messo nella
    rassegna stampa della http://www.crui.it ….???!!!

  2. Marcello Nobili (Roma) Says:

    Confermo che non risultano versati i contributi a tutti i dottorandi della “Sapienza” che conosco. (24.05.2007)

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