Ricerca e precariato: ci avevamo pensato anche noi

Sul quotidiano “free press” E Polis di oggi c’è un editoriale, a firma di Nicola Cacace, uno studioso del mercato del lavoro in Italia, che dice (incredibile) cose di buonsenso e condivisibili.

Ormai ci eravamo abituati a leggere Giavazzi e Ichino. Perfino questo banale editoriale in confronto sembra una cosa geniale.

Il punto di Nicola Cacace
Dopo la Finanziaria
ricerca e precariato
Dopo il travaglio della prima fase che ha caratterizzato il passaggio della Finanziaria alla Camera ci si aspetta una seconda fase più lineare. Da correggere subito al Senato c’è l’aspetto negativo che riguarda la Ricerca scientifica. Gli Enti di ricerca pubblici, dal Cnr all’Istituto superiore della sanità, hanno subito un taglio dei fondi
del 7%, da 1630 a 1571 milioni di euro mentre i fondi per la ricerca privata sono aumentati di 750 milioni. L’Italia oltre ad investire in Rs, ricerca e sviluppo, meno della metà di Francia e GB è anche l’unico paese in cui le spese private per Rs sono meno delle spese pubbliche. Sta bene aumentare i fondi per la ricerca privata ma è grave ridurre quelli della ricerca pubblica. Invece di triplicare i primi e tagliare i secondi sembra più logico che al Senato si sposti parte della ricca dote promessa ai privati a favore degli Enti pubblici. Poiché il 70% delle spese degli Enti sono incompressibili, da stipendi e bollette, ridurre del 7% i fondi significa ammazzare gli Enti di ricerca. Obiettivo certamente assai distante dal programma dell’Unione che recita testualmente a pagina 234 “Università ed Enti di
ricerca sono motori dell’innovazione e della mobilità sociale”. Un secondo problema da affrontare nella seconda fase è il lavoro precario, appena sfiorato dalla Finanziaria con l’aumento del costo lavoro precario, nella speranza di disincentivarne la diffusione. Mentre la flessibilità è accettabile perché connaturata alla globalizzazione, la precarietà è socialmente ed economicamente dannosa. Si ha precarietà quando, nell’esclusivo interesse dell’impresa, il sovrapporsi nel tempo di più contratti a termine, tende a ridurre il costo lavoro senza dare alcuna prospettiva al lavoratore. I record negativi dell’Italia, bassa natalità e bassa produttività sono strettamente legati alla precarietà del lavoro. Un precario che resta tale sino a 40 anni non può sviluppare la professionalità necessaria alla crescita della produttività e tanto meno progettare il futuro, con famiglia e figli. Non è un caso che tra le regioni italiane il Trentino alto Adige, abbia il record italiano di natalità,
quasi 2 figli per donna rispetto ad 1,2 della media nazionale, e contemporaneamente il tasso di occupazione più alto, 69% di occupati contro 57% dell’Italia ma mentre il Mezzogiorno ha entrambi i record negativi. Meno occupazione e meno figli della media nazionale.

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