Con questo post si vuole rispondere a un articolo di giornale (anzi, di Giornale), scritto da un articolista che speriamo sia pagato da Brunetta in persona (altrimenti risulterebbe un caso grave di “piaggeria”, e ci dispiacerebbe), visto che lo paragona a Sherlock Holmes alla ricerca del mastino di Baskerville, che, si scoprirà, non esiste.
I numeri del pubblico impiego non sono misteriosi.
Ogni anno il dipartimento della Ragioneria dello stato conduce un’indagine censuaria sulle amministrazioni pubbliche. Vi è il dettaglio, per comparto, di dipendenti a tempo indeterminato e determinato. L’ultimo rapporto è relativo al 2007, ma presto usciranno i dati relativi al 2008.
Andate su questa pagina e scaricate le slide con i dati, oppure su questa e interrogate a piacere il database del ministero.
Nel 2007 risultavano 116.804 precari a tempo determinato, più altri 36.773 con contratti LSU o interinali. Quindi ca. 150mila precari “ufficiali”, una parte dei quali (ca. 60mila) stabilizzabili. A questi precari si aggiungono quelli della scuola e dell’AFAM (234.641) e della polizia e delle forze armate (52.702), più quelli non conteggiati dall’indagine della Ragioneria: i co.co.co., gli stagisti, i borsisti, gli assegnisti. Un totale (esclusi i “fantasmi”, ovvero i co.co.co.) di 440.920 precari ufficiali.
(Attenzione: i precari della scuola sono “solo” quelli con contratto a tempo determinato annuale; non sono inclusi esplicitamente assegnisti e docenti a contratto universitari, stimati dal ministero in numero di 20mila)
Ma attenzione: il rapporto (vedi slide 17 e 18) conteggia anchele persone coinvolte nei processi di stabilizzazione, che nel 2007 erano 56.281, tra tempi determinati e co.co.co.
Come vedete i dati ci sono già tutti, ma ecco cosa scrive il Giornale, riportando le insulse veline del ministro Brunetta:
La Cgil ieri ha sfornato dati angoscianti: 420mila precari a rischio nelle amministrazioni pubbliche ai quali si sarebbe potuto aggiungere un campione di 100mila unità considerando anche stagisti e tirocinanti.
420mila, come abbiamo visto, è una sottostima.
Poi ancora:
Se l’argomento non fosse di per sé delicato e serio, si potrebbe descrivere la vicenda con toni comici per il fatto che ogni dichiarazione è stata corredata delle cifre più disparate. Se per la Cgil la platea a rischio era di circa mezzo milione di lavoratori, per la democratica Madia i precari in bilico erano 200mila, ma salivano a 400mila per l’Udc Cesa.
I precari sono ca. 200mila se non consideriamo quelli della scuola. E vedete che i numeri sono sempre gli stessi. Ma continua l’articolo:
Per porre fine al caos nel tardo pomeriggio di ieri è stato Brunetta in persona a convocare una conferenza stampa per mettere i puntini sulle «i» e, soprattutto, per annunciare un provvedimento senza precedenti: il primo monitoraggio per via amministrativa degli organici della Pa sia a livello centrale che periferico.
Un “provvedimento senza precedenti”? Il conto annuale della ragioneria è pubblico da anni e scommettiamo che volendo ha dati anche più dettagliati, visto che vengono rilevati tutti gli enti pubblici? Senza contare che Brunetta anche a ottobre scorso, in difficoltà per le continue manifestazioni di precari, aveva svicolato annunciando il “monitoraggio”.
Ma l’articolista non si ferma e continua a elogiare e copiare le dichiarazioni mendaci del ministro:
Il ministro però non si è risparmiato una boutade. «Se i numeri della Cgil sono simili a quelli della partecipazione agli scioperi, allora siamo tranquilli», ha detto tirando anche una stoccata ai colleghi parlamentari. «Chi dice 100-200-400mila precari, si inventa i numeri», ha aggiunto ricordando che l’analogo provvedimento preso per gli enti di ricerca ha fatto emergere solo meno di 2mila figure nonostante i sindacati profetizzassero sciagure per 50mila persone.
Quando parlavano di ca. 50mila persone i sindacati si riferivano al numero di precari coinvolti nei processi di stabilizzazione, colpiti dall’emerdamento, che sono indicati dalla Ragioneria dello Stato.
I 2mila sono gli stabilizzabili dei soli enti di ricerca: pochissimi se confrontati a tutto il pubblico impiego.